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L’Europa e la crisi, parla Savona

 L’Europa e la crisi, parla Savona

L’economista cagliaritano: «Urge un piano B per salvare l’Italia»

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TEMPIO. È giusto correggere i parametri di Maastricht? Quali rischi correremmo se improvvisamente uscissimo dall'euro, più croce che delizia della recente storia economica del vecchio continente? A queste e ad altre domande ha risposto Paolo Savona in occasione della presentazione del libro dedicato alla figura di uno degli uomini che ha contribuito come pochi altri alla ricostruzione del Belpaese negli anni dell’immediato secondo dopoguerra. La figura in questione è quella di Eugene Black, primo, storico presidente della Banca Mondiale, le cui azioni possono insegnare oggi ancora molto. Di ciò si è detto convinto Savona, il cui libro, presentato per la prima volta in Gallura, è stato introdotto dalle relazioni dei due storici tempiesi Guido Rombi e Tomaso Panu. La presentazione del libro è stata l’occasione per parlare del ruolo dell’Italia negli anni della crisi.

Savona ha ribadito tesi più volte sostenute in contesti diversi, sin da quando ha ricoperto, fra le tante, anche la carica di ministro nel governo Ciampi. Posizioni critiche, non contrarie all’Europa, ma a un certo modo di fare economia che mal si conciliano con le vere finalità della fondazione dell’Ue. «A questa Europa - ha detto chiaramente Savona -, bisognerebbe fare causa. Servirebbe però una classe politica più coraggiosa e più preparata di quanto abbia, ad esempio, dimostrato di essere quel deputato che, come ha raccontato proprio l’ex ministro, avrebbe compreso di avere sbagliato a votare in favore del fiscal compact, “Corano dell’Europa”, quando ormai era troppo tardi per un ripensamento». Alle critiche Savona ha fatto seguire una serie di precise proposte. Una sorta di ricetta ispirata a moderazione e cautela. Niente di così sconvolgente, almeno in apparenza. «Proporrei di stare fermi per tre anni, non fare leggi, non emanare tasse, e curare l'ordinaria amministrazione. Ci son fermi più di 300 decreti attuativi del Parlamento. E poi interverrei sul cambio, strumento potentissimo in un'industria fondata sull'esportazione». Servirebbe un piano B per prepararsi a uscire dall’euro. Questo darebbe più credibilità alle richieste italiane, e la Merkel e la Deutsche Bank, a quel punto, non potrebbero più fare finta di niente. «Inoltre - ha ammonito Savona, ricordando il suo maestro Guido Carli – un'idea ben posta fa più rumore di un pugno battuto sul tavolo». (g.pu.)

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