Gallura ancora ferita fermi 7 milioni d’aiuti
L’Olbia dei tanti paesi è diventata una comunità coesa nell’emergenza Centinaia di volontari, Caritas in campo e costante aiuto dai social network
OLBIA. Una città fatta di paesi un anno fa ha scoperto che c’era qualcosa che la teneva insieme. Qualcosa che andava oltre la comunanza di interessi per chi faceva lo stesso lavoro, frequentava gli stessi impianti sportivi o le stesse associazioni; per chi si incontrava tutti i giorni nello stesso bar, si salutava ogni mattina nella stessa via. Quella che era una debolezza - quell’Olbia senza un’identità, né più la vecchia Terranova, né ancora una nuova città, dopo 50 anni di immigrazione massiccia dal resto della Sardegna, dalla Penisola, dal resto del mondo - è diventata una forza.
Mobilitazione. In poche ore, durante e subito dopo l’onda assassina del 18 novembre, la città ha avuto un’unica anima, un unico corpo, un unico cuore. Istintivamente, quelli che hanno potuto hanno dato una mano a chi stava male, che avesse perso un familiare, un amico, o la casa, l’auto. Una catena umana reale e virtuale.
Solidarietà. C’è chi ha aiutato i vicini di casa, chi è andato da una parte all’altra per dare una mano all’amico in difficoltà, chi si dato da fare per i propri familiari. C’è chi dai paesi del Nuorese, del Campidano, del Sulcis (e anche della stessa Gallura) è andato a cercare i propri conterranei che avevano trovato una nuova vita a Olbia, la città delle opportunità. Legame di paese, tra bittesi e bittesi, tra orunesi e orunesi, che alla fine, per gli intrecci affettivi con persone di altri centri avuti negli anni, è diventata la risposta della città, di tutta la città, al dramma dell’alluvione.
Le comunicazioni. Con la forza dei social network, da Facebook a Twitter, che ha rinsaldato questo sentimento di solidarietà, rendendo partecipi del dolore tutti, ovunque, anche a New York; rendendo tutti attivi nella ricerca di notizie utili, nell’offerta di aiuti di ogni genere. Un hashtag su tutti, #allertameteoSAR, è servito ai volontari per coordinare le azioni, per evitare che si creassero incidenti, o che si diffondessero informazioni errate.
Nuova identità. Non tante Olbia a Olbia, ma una Olbia. Un fenomeno già visto in altre realtà, ma che a Olbia, proprio per questa sua caratteristica di città cresciuta esplosivamente sull’onda della Costa Smeralda, ha assunto un valore ancora più forte. Non era scontato che accadesse.
Spaccati sociali. La storia aiuta a capire perché quella reazione, “quell’uno per tutti, tutti per uno”, sia eccezionale, fosse anche destinato a non ripetersi in momenti ordinari, non traumatici. Non ora, quando ci sono da distribuire ancora più di 7 milioni di euro di aiuti, e l’attesa, le lungaggini burocratiche che la creano, in chi ha perso tutto diventa sempre intollerabile.
Crescita e sviluppo. Olbia alla fine delle guerra era una delle città più povere d’Italia. Così aveva certificato la commissione parlamentare d’inchiesta sulla miseria, alla fine degli anni Cinquanta. Aveva poco più di 15mila abitanti. Nessuna industria degna di questo nome. Poi l’arrivo dell’Aga Khan, la nascita della Costa Smeralda, la riapertura dell’aeroporto nel 1964 dopo dieci anni di chiusura e un solo anno d’attività, e tutta l’economia che ha cominciato a nascere intorno a quel polo turistico hanno cambiato la geografia, la società di Olbia. Tra il 1968 e il 1977 la città è cresciuta di 177 ettari. Tra il 1951 e il 1981 è aumentata di 16.579 residenti (+ 163%).
Mancati controlli. In quel momento solo pochi hanno alimentato le polemiche sull’edilizia selvaggia, da far west, con le case costruite sui fiumi, sugli stagni, senza regole. Un fenomeno che pure c’è stato in quella crescita caotica, senza precedenti nella storia della Sardegna. Olbia era l’Eldorado, la terra promessa in cui trovare un’alternativa all’emigrazione, in cui avere un lavoro, una nuova vita. Tutte quelle famiglie hanno trovato nell’alluvione un punto di contatto come mai prima. Se c'è qualcosa che ha insegnato l’onda assassina è che quella debolezza (edilizia) di Olbia è stata, in quel momento, la sua forza (sociale). C’era già quella forza, perché l’associazionismo è uno dei punti caratterizzanti di Olbia, e lo è perché associarsi per fare volontariato è anche un modo per stare insieme agli altri, per crearsi una piccola famiglia al di fuori di quella propria, per socializzare in una città in cui non sei nato, ma in cui sei arrivato da grande.
Impegni diffusi. Ciascuno è stato solidale con il prossimo. Un mutuo riconoscimento. Ci sono stati imprenditori che hanno messo al servizio dei danneggiati i loro mezzi e a volte i loro soldi, e tra queste imprese, per dirne una, proprio Meridiana, che ha offerto voli gratis e trasporto di merci sempre gratis. Poi ci sono stati gli operai, gli artigiani, gli impiegati, i pensionati, gli studenti. Gli angeli del fango che, con coraggio, hanno salvato anche vite umane; che con determinazione e calore hanno portato aiuti e conforto a chi stava male. Incessantemente, per ore e ore. Una squadra di volley, l’Hermaea, poi promossa in serie A, ha cambiato nome in “Angeli del fango”. Uno dei segni della rinascita che ancora, nonostante tutto, non c’è. Non c’è per tutti, non in parti uguali.
I religiosi. E poi laChiesa. Quella della diocesi gallurese, della Caritas. Con suor Luigia Leoni impegnata 24 ore su 24 a raccogliere fondi, a coordinare le decine e decine di volontari impegnati a trovare alimenti e vestiti, a mettere su centri di emergenza. È impossibile dire quanto importante sia stato quell’aiuto, quel sorriso dolce ma determinato di suor Luigia in quei momenti; una grande donna, una grandissima donna.
I media, infine. E i soldi che hanno smosso. I media tradizionali hanno dato una versione particolare dell’alluvione. I tg nazionali parlavano più dell’uragano nel Midwest americano che di quello che era successo a Olbia. Chi era a New York, in quei giorni, invece vedeva che i grandi network americani all’uragano, che poi era solo annunciato, non davano enfasi; un fatto come un altro. E vedeva che il New York Times, il più prestigioso giornale al mondo, dava la notizia di Olbia a pagina 3, la più importante. Poi anche le televisioni nazionali si sono accorte del dramma, hanno cominciato a parlarne. Tutto questo, insieme ai social network, ha aiuto la raccolta fondi. Il comune di Olbia ha aperto un conto corrente, uno dei 109 censiti per tutta la Sardegna. Lì sono finiti (dati al 5 novembre) 1 milione e 700mila euro. Un milione lo hanno versato i fratelli Moratti; tutti gli altri sono contributi di comuni cittadini, da 50, 100, anche 1000 euro. Di quella somma, al momento, il Comune ha distributo agli alluvionati 842 mila euro (chi volesse, si colleghi al sito del comune di Olbia, troverà tutto nella home page). Poi la Caritas ha messo insieme 2 milioni 900 mila euro per tutta la Sardegna, di cui 1 milione e 300mila euro per la Gallura. E la Croce Rossa ben 5 milioni e mezzo, non ancora spesi. Giorni fa è stato annunciato un bando per la distribuzione dei soldi, in tutta l’Isola.
Le attese. Anche Olbia avrà la sua parte, e solo allora il Comune continuerà a distribuire gli altri soldi, i 913mila euro del conto corrente e il milione preso dal proprio bilancio. Un modo per aiutare tutti, per non lasciare fuori nessuno.
Tensioni. Che è la paura di molti cittadini, feriti nell’anima, offesi nella dignità, che a distanza di un anno aspettano ancora i soldi per riparare i danni materiali. Per riavere quello che avevano prima dell’alluvione, quello che si erano sudati per anni e che quell’onda ha spazzato via in un attimo.
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