Diga, il dopo Maltauro rimane un’incognita
È stato rescisso il contratto con la ditta implicata negli scandali Expo e Mose Adesso bisognerà valutare come sono stati eseguiti i lavori interrotti a metà
NUORO. La Maltauro? «Un’impresa dalla condotta illecita seriale». E ancora: «Capace di "adattarsi" a pressioni criminali pur di acquisire commesse». Sono definizioni contenute in un decreto di commissariamento firmato qualche giorno fa dal prefetto di Milano con cui si esautora definitivamente la società di costruzioni vicentina dai lavori nell’ambito dell’Expo 2015. Poi ci sono le inchieste sul Mose di Venezia e sulla ricostruzione dell’Aquila, e ancora pericolosi intrecci in Sicilia. Cosa c’entra con l’alluvione in Sardegna? Poco, per fortuna, anche se forse è un ulteriore capitolo giudiziario tutto da scrivere.
Tra le commesse che la società vicentina si è assicurata in mezza Italia, spesso a suon di tangenti, c’è anche l’innalzamento della diga di Maccheronis a Torpè. Ma è una goccia in quel mare magnum di appalti: lavori, assegnati nel 2006, per 18 milioni comprensivi di tutti gli oneri e l’Iva. Il fatto è che la Maltauro, dopo averne incassato una buona parte, i lavori li ha lasciati a metà, e poi ha avuto la faccia tosta di chiedere i danni per una somma analoga al Consorzio di bonifica della Sardegna centrale da cui li aveva avuti in appalto, sostenendo di essersi trovata di fronte a costi imprevisti. Accadeva due mesi prima dell’alluvione.
A che punto sono oggi quei lavori? Esattamente, o quasi, come un anno fa: cioè come erano quel 18 novembre in cui ottanta milioni di metri cubi d’acqua si rovesciarono sul fiume Posada e invasero l’abitato di Torpè, andando poi a finire a mare, che per fortuna distava pochi chilometri in linea d’aria. Se quell’opera fosse stata conclusa i danni si sarebbero limitati? Probabilmente no, dicono gli esperti, perché la piena della diga aveva una portata più che millenaria, e una massa così imponente d’acqua non si sarebbe potuta contenere.
Sta di fatto che ora la Maltauro è fuori dall’appalto, anche se la controversia con il Consorzio di bonifica va avanti. «Il contratto è stato rescisso nel dicembre 2013 – dice il direttore del consorzio, l’ingegnere Antonio Madau – mentre il cantiere è stato acquisito nel febbraio di quest’anno». E ora? «Dopo l’alluvione abbiamo tamponato i danni che si sono verificati nell’avandiga (la barriera provvisoria in terra che viene realizzata per poter effettuare i lavori della diga vera e propria, ndr). Ora faremo un ulteriore muro di chiusura a sinistra, i lavori sono stati appaltati a settembre». Sono opere stralciate dal progetto complessivo di innalzamento della diga, il cui iter sarà certo più lungo e complicato. «Sono in corso le verifiche per valutare se la Maltauro abbia eseguito i lavori correttamente, e sarà una procedura complessa che ci occuperà per alcuni mesi. Sono verifiche necessarie perché non sappiamo se i lavori realizzati prima dell’abbandono siano stati eseguiti bene oppure no. Il nuovo appalto dunque non potrà avvenire prima di sette-otto mesi».
Piena millenaria. Ma nel frattempo gli abitanti della zona possono dormire sonni tranquilli? I sindaci di Torpè e Posada non si sentono affatto sicuri. Dal novembre scorso bersagliano la Regione di note congiunte in cui chiedono sicurezza, anche se le loro richieste riguardano soprattutto gli argini del fiume a valle della diga, cioè le opere che non hanno retto alla massa d’acqua. Ma torniamo alla diga: «Maccheronis ha contenuto la piena che sarebbe stata molto più grave se non ci fosse stata la diga. E ha retto anche l’avandiga», dice ancora l’ingegner Madau. Che ricorda i numeri imponenti del disastro del 18 novembre 2013: al momento della piena nell’invaso c’erano 10 milioni di metri cubi d’acqua, che sono saliti al limite massimo di 20 a fronte di un totale di circa 100 milioni di metri cubi che in dodici ore si sono rovesciati sui 600 chilometri quadri dell’invaso. «Un evento di portata più che millenaria», dunque non prevedibile né contenibile, dice in sostanza Madau. E gli argini? «Al momento dell’alluvione era in corso di ultimazione l’argine destro del fiume, quello che dà sull’abitato di Torpè. Ha ceduto in cinque punti. La sua ricostruzione è quasi ultimata». Madau fuga ogni dubbio anche sul fatto che fosse sottodimensionato. «È progettato secondo legge per portate transitanti che sono stimate nei tempi di ritorno, che si calcolano sui 200 anni. Costruire prevedendo una piena più che millenaria non è possibile. Faccio spesso un esempio per spiegare ciò che è accaduto: sarebbe come far transitare in poche ore tutta la popolazione di Roma in un villaggio di poche centinaia di abitanti. Non c’è speranza che possa accadere senza conseguenze».
La strada nell’alveo. Poi c’è l’argine sinistro, sul quale attualmente sono concentrate le maggiori preoccupazioni degli amministratori di Torpè e Posada. È molto più basso rispetto al destro, proprio per consentire che in caso di una grande piena il flusso d’acqua sfoghi verso la campagna di Torpè e non sull’abitato. Pure quest’argine è stato rattoppato, ma resta il punto debole: anche a causa di una strada sterrata comunale (s’aidu ’e mesu, il guardo di mezzo) che attraversa in modo certo singolare il letto del fiume, quasi a secco per la maggior parte dell’anno, ed è molto trafficata. Il problema è che in questa zona negli ultimi decenni sono sorte numerose costruzioni legate all’agricoltura: sulla carta sono depositi per attrezzi, nella realtà sono case a più piani, che in larga maggioranza sono abitate come prima casa pur non avendo i requisiti necessari per legge.Va detto che le case colpite dall’alluvione, anche sull’altro fronte del fiume, sono nella stessa situazione. Cioè erano abitazioni realizzate talmente a ridosso del fiume che, se non le leggi, almeno il buon senso avrebbe dovuto sconsigliare di andarci ad abitare. Eppure tutte avevano regolari concessioni edilizie, rilasciate a piene mani dall’ufficio tecnico di Torpè nel corso degli anni. L’alluvione ne ha danneggiato 80, ma solo due sono risultate non in regola. I problemi sono sorti dopo, quando le famiglie che erano state sfollate hanno chiesto di potervi rientrare, ma il Comune prima di concedere l’agibilità chiede l’esibizione di tutta la documentazione necessaria: dalla regolarità dell’impianto elettrico all’abitabilità.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
