La Nuova Sardegna

Olbia

Clochard asfissiato in una casa occupata

di Guido Piga
Clochard asfissiato in una casa occupata

Roberto Soru, da tutti conosciuto come Robertino, è stato ucciso dal monossido di carbonio: aveva acceso un piccolo falò

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OLBIA. Una casetta abbandonata, in via Fiume d'Italia, alle spalle della chiesa di San Simplicio, lì dov'era la vecchia Olbia, «qui dove ora trovano rifugio numerosi senzatetto», dicono i residenti.

Uno di loro era Roberto Soru, 49 anni, da tutti conosciuto come Robertino. Viveva senza fissa dimora, anche se aveva una famiglia, emigrata a Torino decenni fa da Carbonia. Voleva così, quella era diventata la sua vita. Per scelta, perché era malato, e diceva che gli mancava poco da campare e insomma non aveva speranze e voleva fare un po' come gli veniva, alla giornata.

Non l'ha ucciso il male che aveva dentro di sé, l'ha ucciso il freddo che l'ha portato in quella casa, disabitata perché di proprietà di una vecchia che ha trovato alloggio in una struttura sanitaria. Lì ha acceso un fuoco nella notte tra mercoledì e ieri.

Troppo freddo per stare all'aperto sotto qualche ballatoio, come faceva da tempo vicino ai passaggi a livello o in altre aree del centro storico. Non avrebbe potuto resistere alle temperature di colpo bassissime, prossime allo zero. Nel caminetto ha messo un po' di legna, poi è successo qualcosa. Si è addormentato, e il fuoco si è trasformato in fumo.

Ucciso dal monossido di carbonio, ha stabilito il medico del 118 ieri mattina, dopo che vigili del fuoco e carabinieri avevano trovato Robertino senza vita, senza bruciature, se non una lievissima su un maglione, e una bottiglia di vino tra le braccia.

Un dramma. Anche per Olbia, consapevole che la povertà estrema si muove dentro il proprio cuore, al buio ma anche alla luce del sole. Robertino lo conoscevano un po' tutti, lo aiutavano un po' tutti. Era stato ricoverato un paio di volte alla residenza sanitaria Sole di Gallura, ma per poco tempo: firmava, e se ne andava. Passava qualche volta alla mensa della Caritas, che decine e decine di indigenti sfama tutti i giorni, di tutte le nazionalità, anche italiani come Robertino.

Da tempo gli davano una mano alcune famiglie olbiesi: qualche vestito, del cibo, una parola di conforto, l’invito a cambiare vita, a farsi ricoverare. Appelli mai raccolti, appunto.

Si faceva volere bene, Robertino, anche se ultimamente - dicono alcuni che gli davano una mano - «stava con gente strana». Gente come lui, che per una ragione o per un'altra non aveva un lavoro, una casa. Passava le sue giornate sulle panchine vicino ai “cancelli”. Chiacchierava con chi aveva voglia di starlo a sentire, con chi condivideva con lui questa esistenza ai margini.

Mercoledì sera sapeva che avrebbe dovuto cercarsi una casa, anche solo per una notte. Tante volte l’aveva fatto. Conosceva i punti migliori in cui cercare una porta meno solida delle altre, una finestra, da cui entrare.

L’ha trovata in via Fiume d’Italia. Ha accesso quel fuoco che lo avrebbe ucciso. È morto senza rendersene conto, nel sonno, con intorno altre anime come lui, sofferenti.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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