Quando la Chiesa moralizzò le feste popolari: un saggio di don Addis
TEMPIO. È l’opera prima, nel campo della saggistica, di un autore molto noto in Gallura quella che Manlio Brigaglia, Franco Fresi e Tomaso Panu presenteranno in città il 12 giugno (dalle 18, Teatro...
TEMPIO. È l’opera prima, nel campo della saggistica, di un autore molto noto in Gallura quella che Manlio Brigaglia, Franco Fresi e Tomaso Panu presenteranno in città il 12 giugno (dalle 18, Teatro della Casa del Fanciullo). L’autore in questione è infatti don Antonio Addis, un religioso che ha ricoperto diversi incarichi all’interno della diocesi. Il libro di cui è autore, pubblicato da Edes, affronta uno di quei temi che, per la curiosità che è in grado di suscitare, va oltre l’interesse del classico specialista. Come si evince dal titolo, don Addis parla di “Chiesa e feste popolari in Sardegna” durante gli anni del fascismo. Per essere più precisi, dal 1924, anno del Concilio plenario di Oristano, al 1945, data che segnò la fine del fascismo e la necessità anche per la Chiesa nazionale e locale di ripensare quanto era nel frattempo accaduto.
Tra il ’24 e il ’45, secondo la ricca ricostruzione proposta da don Addis, sulla base di una documentazione in gran parte inedita, la Chiesa sarda condusse una sorta di crociata per restituire alle feste religiose una dimensione più marcatamente spirituale e in linea con i principi di un'austerità morale e moderazione maggiori. Verrebbe da pensare a chissà quali eccessi venissero consumati durante le “appendici” mondane delle feste religiose o alla licenziosa condotta dei comitati di laici che curavano l’organizzazione del programma civile delle feste.
Queste preoccupazioni non erano però sempre fondate, e così i provvedimenti che vennero adottati investirono tutte le realtà parrocchiali. In un certo senso, la fermezza con la quale la Chiesa sarda cercò di disciplinare l’organizzazione delle feste, riducendo ai minimi termini balli, canti e gare poetiche, trovò un punto d’appoggio nelle autorità politiche del tempo. Ma, come dimostra abilmente l’autore, sarebbe ingiusto considerare in modo meccanico l’associazione tra il rigorismo della Chiesa in materia di feste popolari e l’autoritarismo del regime.
Attraverso regolamenti e prese di posizione che richiamavano i parroci alla totale osservanza delle norme, la Chiesa sarda s’impegnò nella lotta contro quella che, nel ’31, la rivista della diocesi di Nuoro, “L’Ortobene”, definì la “mania godereccia” delle feste. Si trattava anche di fare i conti con la grande crisi economica, contenendo costi ed evitando sprechi di denaro. Con una certa determinazione vennero limitate e proibite le gare poetiche. I poeti estemporanei, di cui si sottovalutavano l’arguzia e le doti dialettiche, venivano considerati alla stregua di rozzi illetterati.
Ad alimentare l’ostilità nei loro confronti contribuì probabilmente anche la politica culturale del Fascio concentrata com’era nell’ostinata e totale italianizzazione della lingua. Il fatto che ancora oggi, a distanza di tanti anni, i poeti improvvisatori continuino ad essere tanto apprezzati è prova della miopia e inopportunità di certi provvedimenti, oltreché del permanere di certe tradizioni nell’impianto delle feste popolari sarde. (g.pu.)
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