Via da Nuchis i presunti terroristi
Trasferiti in un penitenziario di massima sicurezza in Puglia. L’ambasciatrice del Pakistan incontra gli avvocati
OLBIA. Gli arresti in Italia di 18 presunti terroristi islamici di nazionalità pakistana sono al centro delle attenzioni del governo mediorientale guidato dal premier Mian Muhammad Nawaz Sharif, il quale ha chiesto informazioni sui connazionali finiti in cella all'ambasciata in Italia. Nei giorni scorsi Tehmina Janjua, ambasciatrice del Pakistan, ha ricevuto nella sede di via della Camilluccia, a Roma, i sette legali che assistono i suoi connazionali, compresi gli avvocati sardi che difendono il presunto capo della cellula di Al Qaeda in Italia, Sultan Wali Khan, e gli altri due pakistani finiti in cella nel corso del blitz antiterrorismo della Dda cagliaritana e sdelle Digos di Sassari scattato nell'aprile scorso. Intanto, nei giorni scorsi, in tutta segretezza, i tre pakistani che erano detenuti nel supercarcere di Nuchis sono stati trasferiti nella penisola, in un carcere di massima sicurezza della Puglia.
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«Abbiamo appreso del trasferimento a cose fatte - hanno detto gli avvocati Luca Tamponi e Antonio Meloni che assistono Sultan Wali Khan, il presunto capo della cellula terroristica affiliata ad Al Qaeda, suo cugino Imitias Khan e un dipendente dei due, Siddique Muhammad - e su questo non possiamo avanzare alcuna istanza, essendo disposizioni intgerne al dipartimento penitenziario inerenti la sicurezza. Restiamo invece in attesa delle decisioni del riesame di Cagliari, al quale abbiamo presentato le nostre memorie difensive sollecitando la revoca, per tutti i nostri assistiti, delle misure cautelari. La decisione dovrebbe essere resa nota entro la fine di questo mese». Poco o nulla, invece, è trapelato su quanto i due legali hanno avuto modo di discutere, a Roma, con l'ambasciatrice pakistana. Con loro c'erano i difensori dell'imam di Bergamo, - Hafiz Muhammad Zulkifal, 43 anni -, considerato dagli inquirenti il reclutatore della cellula fondamentalista islamica che aveva sede a Olbia, in un palazzo occupato da Wali Sultan Khan. In particolare l'interesse dell'ambasciatrice pakistana in Italia si è focalizzata sulle linee difensive e nelle informazioni sulle accuse che coinvolgono, anche in patria, rappresentanti della polizia locale di Peshawar, la città natale di Wali Khan. Stando alle ultime indiscrezioni trapelate sull'inchiesta, che vede il gruppo a stretto contatto con il capo carismatico di Al Qaeda, il defunto Osama Bin Laden, la cellula italiana che avrebbe fatto capo a Sultan Wali Khan si sarebbe finanziata con le collette o donazioni che venivano raccolte nell'ambito di riunioni religiose, questo al fine di sostenere, secondo le accuse, ben quattro le associazioni terroristiche attive in Pakistan, ai confrini con la frontiera afgana. Un quadro accusatorio che viene respinto dai pakistani finiti in carcere, i quali sostengono che l'equivoco di fondo nasce da una «volutamente errata e faziosa traduzione delle intercettazioni telefoniche e ambientali raccolte, in dieci anni di indagini, a carico dei nostri assistiti», hanno detto gli avvocati Luca Tamponi e Antonio Meloni. Ai quali l'ambasciatrice ha assicurato l'affiancamento di un traduttore ufficiale in lingua Urdu, quella parlata dai presunti terroristi.
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