Ergastolo al killer di Domenico Molino
I giudici d’Appello di Sassari hanno aumentato la pena di 24 anni inflitta in primo grado all’operaio Antonio Quaglioni
OLBIA. Dai ventiquattro anni del primo grado all’ergastolo in Appello. Si è concluso così, con lo spettro del fine pena mai che sovrasta la pesante sentenza di primo grado, quando venne condannato a 24 anni, il percorso giudiziario di Antonio Quaglioni, accusato dell’omicidio di un suo compaesano, Domenico Molino. Stando alla sentenza emessa ieri dai giudici popolari della corte d’Assise d’Appello di Sassari (presidente Plinia Azzena, a latere Gianni Delogu) non fu un gesto d’impeto ad armare e muovere la feroce mano del killer di Domenico Molino, il manutentore di Loiri ucciso con due fucilate, nelle campagne di Ovilò, il 22 dicembre 2011, ma la lucida e implacabile premeditazione di una delitto. Una brutale esecuzione originata da futili motivi – l’invidia per la supremazia nella caccia al cinghiale – che hanno spinto nel baratro dell’ergastolo l’assassino, Antonio Quaglioni, l’ operaio di Ovilò che, sino all’ultimo, ha respinto la valanga di accuse che lo avevano travolto, negando la probante evidenza di una chiamata in correità e rinnegando perfino le testimonianze di amici e familiari. «Abbiamo ottenuto giustizia per un delitto assurdo, che non ripagherà mai la perdita subìta o lenirà il dolore di una moglie, di tre figli e di una madre» hanno detto ieri, subito dopo la sentenza, i patrocinanti di parte civile, gli avvocati Lorenzo Soro e Pasquale Ramazzotti. Daniele, uno di figli di Domenico Molino, che milita come attaccante nell’Olbia Calcio, ha idealmente abbracciato il genitore scomparso su Facebook, indirizzandogli uno struggente messaggio: «giustizia è fatta, ti amo papà», scritto con il cuore. Confermata, dalla corte d’Appello, anche la provvisionale di 680 mila euro già inflitta in primo grado ad Antonio Quaglioni. I giudici popolari hanno ritenuto valide le contestazioni aggravanti dei futili motivi e della premeditazione, negando all’uomo le attenuanti generiche che gli erano statwe concesse in primo grado, quando i giudici lo condannarono a 24 anni dopo le richieste di una pena più severa, l’ergastolo, avanzate dal pm Riccardo Rossi. Ad inchiodare l’uomo fu Andrea Faedda, un giovane di Berchiddeddu che seguì, come un cagnolino, il suo capocaccia, quel tragico giorno, nella convinzione che fosse una perlustrazione nell’area di caccia. Ma quando Antonio Quaglioni spiegò il motivo della loro presenza, all’alba, nelle campagne di “Sa Silvaredda” dove il povero Domenico Molino aveva una tenuta. «Sono fuggito - raccontò l’uomo ai carabinieri – perché non volevo avere nulla a che fare con la morte di un uomo che neppure conoscevo. Pensavo che Quaglioni scherzasse, poi l’ho visto prendere la mira e sparare».
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