La Nuova Sardegna

Olbia

Carcere di Nuchis, nasce un romanzo: è scritto dai detenuti

dI Sebastiano Depperu
Il carcere di Nuchis
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Il carcere di Nuchis

Il frutto del lavoro di un corso tenuto da Giovanni Gelsomino

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TEMPIO. Il gusto dell’evasione (in senso figurato) lo hanno provato i detenuti del carcere di Nuchis che hanno partecipato ad un corso di scrittura creativa. L’evasione è un altro reato. L’evasione con la mente no, anzi, aiuta chi in carcere dovrà passare tanto tempo, soprattutto per chi ha scritto nel suo fascicolo: fine pena, mai. Il corso tenuto da Giovanni Gelsomino è sfociato con la scrittura e pubblicazione di un romanzo “I ricordi non Bussano”, una storia ambientata tra Firenze e Siviglia. Qualcosa di unico in Italia, il primo romanzo corale di detenuti. Si trovano poesie o racconti ma non un romanzo. Il progetto di scrittura creativa, sostenuto dalla direzione del Carcere di alta sicurezza di Nuchis, ha preso il via ai primi di novembre del 2013. Un incontro settimanale, mediamente di tre ore, con la partecipazione di 14 detenuti. Diversi di loro hanno conseguito un diploma di scuola superiore durante la permanenza in carcere (quasi sempre studi tecnici: ragionieri e geometri) e alcuni, invece, si sono iscritti all’Università (giurisprudenza la più gettonata, segue lettere e filosofia).

«La proposta del corso - spiega Giovanni Gelsomino - nasceva con l’obiettivo di usare la scrittura come terapia di gruppo per la rielaborazione di un dialogo con se stessi (la propria vita, le esperienze fatte, i ricordi, i sogni) e con gli altri. La ricerca di un’identità, la valorizzazione della diversità come elemento importante per capire il mondo e le sue infinite sfumature in un contesto chiuso e coatto come quello del carcere, inteso come modo di comunicazione tra sè e sè, ma anche come ricerca di identità e diversità, nonché comunicazione con gli altri».

Fin dall’inizio si è scelto di misurarsi concretamente con l’elaborazione di un racconto che poi, dopo i primi approcci, si è trasformato nel romanzo. «Sono state proposte diverse storie e alla fine si è convenuto - continua Gelsomino - che questo primo romanzo dovesse parlare di una storia d’amore. Di un amore quasi folle tra una persona matura (non disponibile inizialmente a farsi amare) e una giovane bella e disinibita, ricca, di discendenza nobiliare che vive a Firenze. Non è stato un lavoro facile, si trattava di accordare i diversi modi di scrivere per farne scaturire uno che armonizzasse la visione di tutti. Uno stile dove tutti si potessero riconoscere. Un po’ alla volta il testo è venuto fuori, giudicato dai partecipanti, tenendo conto di diversi fattori e tra questi la scorrevolezza, la chiarezza, l'accuratezza della descrizione, il grado di realismo e la coerenza. E, come spesso accade, sono stati i personaggi del libro e prenderci per mano. Tutto il percorso è stato avvincente e l'arricchimento reciproco. Ci siamo fatti contagiare dall'entusiasmo ma anche dalla convinzione che stavamo facendo qualcosa di nuovo e di diverso».

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