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Olbia

Alluvione, dal 19 sfilano i 300 testimoni

Alluvione, dal 19 sfilano i 300 testimoni

Comune e Provincia si sono costituiti in giudizio. Sul banco degli imputati i sindaci di Olbia e Arzachena e quattro dirigenti

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OLBIA. Quasi 300 testimoni per ricostruire la verità del 18 novembre 2013. Quando il Ciclone Cleopatra fece finire sotto l’acqua la Gallura e inghiottì le vite di 13 persone. Il Comune di Olbia e la Provincia si sono costituiti in giudizio. Fissata al 19 febbraio la prossima udienza. Sul banco dei testimoni ci sarà il primo di una lunga lista: 165 quelli della difesa; 95 della pubblica accusa; 23 quelli citati dalle parti civili. È il tenente colonnello del comando provinciale dei carabinieri di Sassari, Antonio Fiorillo, uno degli investigatori che si è occupato delle indagini.

Gli imputati. Sul banco degli imputati i sindaci di Olbia, Gianni Giovannelli e di Arzachena, Alberto Ragnedda; tre funzionari comunali Antonello Zanda, responsabili del settori Edilizia pubblica; Gabriella Palermo all’Ambiente e Giuseppe Budroni alla Protezione civile; un dirigente provinciale, Federico Ceruti Ferrarese. A vario titolo sono accusati di omicidio colposo, disastro ambientale e mancata attivazione delle procedure di allarme alla popolazione. Davanti al Collegio presieduto dal giudice Gemma Cucca, le due amministrazioni sono state rappresentante dagli avvocati Agostinangelo Marras, per la Provincia, e Stefano e Salvatore Porcu, per il Comune. Il sindaco Giovannelli e il collega Alberto Ragnedda, hanno sempre sostenuto «di aver agito al meglio di quanto, per le situazioni di emergenza che si erano venute a creare in quella giornata, fosse possibile fare».

Le udienze. Il calendario delle udienze impone una cadenza settimanale. La prossima è stata fissata per il 19 febbraio.

Piccoli passi verso la verità. Il processo punta a ricostruire quanto accadde il pomeriggio del 18 novembre quando un mare di fango e acqua invase la Gallura costiera provocando vittime e danni. Stando alle accuse mosse dal capo della procura, Domenico Fiordalisi, che ha portato avanti le indagini sul ciclone Cleopatra, i sindaci di Arzachena e Olbia e i dirigenti comunali e provinciali non avrebbero diramato in tempo le direttive di pubblica sicurezza. Informazioni preziose che avrebbero consentito ai cittadini di capire la gravità della situazione, mettendosi al riparo da eventuali rischi. Un’ allerta meteo che venne diramato dalla Protezione civile con un fax, inviato negli uffici comunali, chiusi nel giorno festivo e senza che la protezione civile e la Regione allertassero i centri di coordinamento comunali. Ma nel 2013 il sistema di allerta era ben diverso da quello attuale. Il piano di intervento non era stato ancora reso operativo.

Giustizia per le vittime. Il processo per l’alluvione ha anche un volto più intimo, che va al di là della ricostruzione dei fatti e delle responsabilità. Le famiglie delle vittime chiedono di sapere perché i loro parenti sono morti, inghiottiti dal fango o annegati nelle loro case finite sotto l’acqua.

Morti e danni. Dopo due anni da quella giornata di morte Olbia resta ancora una città ferita. Non sono nell’anima. La città porta i segni di quella violenza. La strada che da Olbia va a Tempio passando da Monte Pino, dopo 26 mesi resta chiusa. Il tratto di asfalto che inghiottì tre persone non è mai stato ricostruito. Il progetto è rimasto impigliato nelle curve strette della burocrazia. Stessa sorte per il ponte di via Vittorio Veneto, danneggiato il 18 novembre, sistemato e poi abbattuto il primo ottobre. (se.lu.)

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