La Nuova Sardegna

Olbia

Dissequestrato il palazzo degli Azzena

di Giampiero Cocco
Dissequestrato il palazzo degli Azzena

La richiesta di togliere i sigilli era stata presentata alla Procura dai legali dei familiari della famiglia trucidata nel 2014

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TEMPIO. L’ultimo atto giudiziario della tragedia umana che ha devastato tre famiglie si sta scrivendo in queste ore. I parenti di Giovanni Azzena e Giulia Zanzani, i coniugi uccisi con il loro figlioletto di 12 anni il 17 maggio del 2015 hanno chiesto è stanno per ottenere il dissequestro del negozietto di scarpe di via Villamarina e l’attico della strage, nella attigua via Villabruna. I due locali vennero sigillati dagli uomini del Ros – su disposizione del sostituto procuratore della Repubblica di Tempio Angelo Beccu, che aveva condotto le indagini sul tripice delitto –, quando le ricerche di prove si erano concluse. Negozio e appartamento, da quel 17 maggio 2015, erano rimasti sotto sequestro penale ma, una volta concluso il processo a carico del responsabile di quella strage, l’antennista trentacinquenne Angelo Frigeri, le misure disposte a tutela dello stato dei luoghi e del teatro del delitto sono venute a cessare. Il Pm ha già dato parere favorevole alla restituzione degli immobili agli aventi diritto, ovvero i fratelli e la madre di Giovanni Azzena, proprietari dello stabile di via Villamarina. Un geometra che aveva il suo studio professionale al primo piano di qual vecchio palazzo aveva lasciato i locali dopo la scoperta dei triplice delitto, e da quel momento l’intero palazzo è rimasto disabitato. La conclusione del processo ha permesso ai legali che assistono la famiglia Azzena, gli avvocati Filippo Orecchioni e Tore Diana, di avanzare le istanze di dissequestro già esitate dalla procura della Repubblica. Ora non resta che il formale via libera del gup per riaprire le porte di quelle stanze piene di ricordi dolorosissimi. Intanto si attende il deposito delle motivazioni che hanno portato alla condanna di Angelo Frigeri per predisporre l’appello contro la sentenza, un ricorso annunciato dal legale del giovane antennista, l’avvocato Giampietro Cocco, il quale ritiene validissima e quindi proponibile anche in secondo grado la sua richiesta di infermità mentale, anche se non totale, del suo assistito. Una condizione psichiatrica che porterebbe ad una sostanziale riduzione della pena, così come sollecitato dal penalista nel corso della arringa davanti al magistrato che giudicava il suo cliente. Motivazioni che sono attese anche dalla procura della Repubblica il cui impianto accusatorio, supportato da una mole impressionante di prove raccolte nel corso della meticolosa fase istruttoria, ha retto al confronto giudiziario. Per l’accusa non vi è stato mai alcun dubbio che ha portare a termine il triplice delitto fosse stato l’antennista tempiese il quale ha agito d’istinto nella lite con la prima vittima, Gulia Zanzani, quindi ha programmato l’eliminazione dei possibili testimoni.

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