Lo 007 “Gavino” incontrò i terroristi
Al Qaeda: un poliziotto dell’Aisi era in contatto con il presunto capo della cellula olbiese, il pakistano Sultan Waly Khan
SASSARI. Per sentire “Gavino”, un agente dell’Aisi, i servizi segreti italiani, è stato montato un paravento dentro l’aula bunker del supercarcere di Bancali. Gavino, nome in codice di un poliziotto italiano, era il “contatto” con Sultan Waly Khan, il presunto capo della cellula terroristica di Al Qaeda sgominata nell’aprile scorso da polizia e Direzione Distrattuale Antimafia. «Collaboravo con la polizia italiana da quando arrivai in italia – ha sostenuto Sultan Waly Khan davanti ai giudici – fornivo loro indicazioni su persone del mio paese e ottenevo documenti». Gavino, dalla sua cabina, ha confermato d’avere in diverse occasioni incontrato Sultan Khan ma ha decisamente escluso che l’uomo fosse collaboratore dell’Agenzia di intelligence italiana. Il poliziotto sotto copertura ha parlato in un’aula che il presidente della corte d’Assise Pietro Fanile aveva preventivamente “bonificato” allontanando, per motivi di riservatezza, la stampa e i parenti dei detenuti. Nel processo contro la presunta cellula terroristica ha ripreso la parola Sultan Waly Khan, che ha contestato punto su punto le parole del poliziotto e ha chiesto che venga portata in aula, tra i testimoni che saranno chiamati a deporre, una non meglio identificata Stefania B., una donna di origini romane che, a sentire il presunto capo dei terroristi pakistani, avrebbe fatto il doppio gioco cercando di farlo parlare al telefono e incontri faccia a faccia su fatti avvenuti in Pakistan, in particolare i sanguinosi attentati terroristici del 2009 e 2010 contro mercati pubblici, scuole coraniche e posti di blocco della polizia mediorientale. Il contro esame, da parte dei legali degli undici imputati, del capo della Digos di Sassari Mario Carta ha poi impegnati le parti per il resto della mattinata. L’avvocato Michele Santino, che assiste Ridy Yahya Khan (l’unico afgano finito in carcere), ha esordito chiedendo all’investigatore se, nelle indagini portata avanti contro il presunto gruppo di terroristi, molti dei quali accusati di sdtrage, come il suo assistito, fossero state accertate circostanze ritenute basilari sotto il profico accusatorio. Il difensore ha chiesto se l’attentato al mercato di Meena Bazar a Peshawar, dove morirono oltre cento persone tra le quali una ventina di bambini e adolescenti, fosse stato rivendicato da gruppi terroristici, di quante persone fosse composte il commando che lo mise in atto, quale tipo di esplosivo venne utilizzato e se per compiere tale gesto fu utilizzata un’auto bomba.
Il capo della Digos ha precisato che tale genere di accertamenti sono stati impossibili da effettuare in quanto non esistono rapporti di collaborazione tra le autorità italiane e quelle pakistane. Venne invece appurato che, quando furono richieste informazioni su diversi personaggi tramite i canali diplomatici, i familiari di Sultan Khan vennero messi al corrente del fatto da agenti di polizia corrotti. L’interrogatorio del capo della Digos è andato avanti per oltre tre ore, e con ieri è la terza volta che l’investigatore è chiamato a deporre nel processo contro i presunti terroristi pakistani. Ieri le domande dei difensori si sono incentrate sui rapporti che intercorrevano tra Sultan Khan e gli altri coimputati, mentre sono state evidenziate le carenze investigative finalizzate ad accertare il motivo della presenza del presunto capo della cellula terroristica in cantieri quali l’ex G8 di La Maddalena, al vecchio San Raffaele di Olbia e in un centro turistico della Costa. Sultan Khan, all’epoca, era socio di una impresa edile di Olbia. Il processo è stato aggiornato al 13 maggio prossimo.
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