Olbia vista con i corti di Derosas
Chiuso il trittico di serate in cui il filo conduttore era la memoria
OLBIA. Tre giornate fra ricordi, memorie e tradizioni. Il progetto varato dalla Biblioteca Simpliciana diretta da Marco Ronchi, si è concluso con il terzo appuntamento: “Il mio cinema è un cavallo di luce”, in cui sono stati proiettati alcuni lavori del regista Fabrizio Derosas, a chiudere un trittico che ha visto protagonisti ancvhe il libro di Marella Giovannelli “Piccole storie di Olbia dagli anni Venti agli anni Cinquanta”, e la serata dedicata al canto a tenore dal titolo “Su cantu pius anticu de sa Terra mia”.
La città, fra passato e presente, è emersa nella serata dedicate al cinema di Derosas. Nella serata condotta dal giornalista Enrico Gaviano della Nuova Sardegna, sono stati proiettati tre corti: il “Rinoceronte di Durer”, opera dello scorso anno, “Genesi”, girato nel 2014 e, infine “22 dicembre”, un lavoro risalente agli anni 1992-93. Ma la serata si è aperta con lo stesso Derosas voce narrante, che ha reso omaggio a Piero Livi, il regista nato a Olbia e scomparso giusto l’anno scorso a Roma. Un omaggio in cui assieme a foto di scena dei lavori di Livi, Derosas ha anche mixato alcune immagini suggestivi del capolavoro felliniano “Otto e mezzo”.
Il “Rinoceronte di Durer” , film di 26 minuti, si sofferma sul tema dell’immigrazione, di Olbia città multietnica in cui però l’integrazione è dura e difficile per i sardi dell’interno, per le ragazze dell’est, o per gli immigrati africani. «Chi arriva dal mare non può essere un nemico», dice una ragazza ucraina entrando con efficacia sul tema che in questi anni è al centro delle cronache, in Italia e in Europa. Il tutto raccontato attraverso primi piani crudi, periferie deserte, melting-pot linguistico e culturale a sottolineare come la città dell’accoglienza spesso non tiene fede al suo nome.
Il secondo film, Genesi, parte con suggestive immagini del passato di Olbia: dai vicoli degli anni 60 all’inizio del mito Costa Smeralda, sino ai fasti del Cinema Astra. Cinema, ora vuoto e distrutto, che fa da quinta alla seconda parte del corto, più dura, ermetica, un linguaggio studiato, come ha ricordato l’autore, per una sperimentazione rivolta alle scuole dell’arte. Anche in questo caso, la macchina da presa si muove in maniera sapiente a disegnare volti scavati ed espressivi. Infine “22 dicembre”, che sulle note di “In fila per tre” di Bennato, mette in discussione l’istituzione scolatica. Sulla pellicola scorrono immagini del liceo Gramsci e, fra gli interpreti, c’è il cameo di Alfonso De Roberto, giornalista dell’Unione sarda scomparso. Un finale commovente per una serata di alto profilo culturale.
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