La Nuova Sardegna

Olbia

Olbia, ora l'esproprio di S'Arrasolu è definitivo

di Enrico Gaviano
L'area di S'Arrasolu dove sorgeva la Palmera
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L'area di S'Arrasolu dove sorgeva la Palmera

Il consiglio di stato dà ragione al Cipnes che aveva tolto i terreni alla Trissolbia per una nuova iniziativa industriale

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OLBIA. “Game over” per la Trissolbia. Anche il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso della società olbiese contro l’esproprio deciso dal Cipnes nel 2013 dei terreni di S’Arrasolu dove sorgeva la fabbrica della Palmera. Si chiude così un contenzioso che aveva visto la società di Marzia Palau cercare di conservare il diritto di utilizzo dell’area, contro il parere del Cipnes che invece lo aveva espropriato per poi concederlo alla Sno, che progetta di utilizzare il terreno per far sorgere una clinica per il rimessaggio di Maxi Yacht, un’attività assolutamente nuova per la Sardegna che potrebbe portare posti di lavoro e investimenti nel nord est isolano.

La sentenza. La sentenza del Consiglio di Stato ricalca quella già emessa due anni fa dal Tribunale amministrativo regionale. Come i giudici di piazza del Carmine a Cagliari, anche quelli romani hanno infatti sottolineato che i consorzi di sviluppo industriale hanno «la facoltà di riacquistare unitamente alle aree cedute anche gli stabilimenti industriali o artigianali ivi realizzati, nell’ipotesi in cui sia cessata l’attività industriale o artigianale da più di tre anni». Il Cipnes aveva fatto leva proprio su questo punto quando, con una delibera del Cda, decise di portar via nel 2013 il terreno alla società che produceva la Palmera. Cinque anni di inattività, secondo il Consorzio, consentivano all’ente di procedere.

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Il terreno Palmera.La Trissolbia fra le varie obiezioni portate avanti, aveva sottolineato come quell’area era stata acquistata dai proprietari all’inizio degli anni Sessanta, ben prima, dunque, della nascita del Consorzio industriale. Anche in questo caso, però, la sentenza del Consiglio di stato interviene a puntualizzare che «la facoltà di riacquisto presuppone che l’acquisto e l’uso del diritto di proprietà dell’area da parte dell’imprenditore, siano momenti esecutivi del governo consortile del proprio territorio per il sol fatto e una volta che l’area stessa sia inserita nel relativo piano regolatore consortile, pur se tal acquisto sia avvenuto senza un previo intervento del Consorzio».

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Da qui, secondo il Consiglio di Stato, deriva che «poichè il Consorzio promuove lo sviluppo economico della zona di sua pertinenza, il riacquisto de quo ha la stessa efficacia ablatoria e gli stessi scopi di pubblica utilità d’ogni altro atto di governo consortile sulle aree proprie o da inserire nel suo piano di sviluppo, e l’area coinvolta ne segue le sorti».

I progetti a confronto. La Sno ha presentato un progetto al Cipnes e ricevuto fondi regionali per poterlo attuare. Anche la Trissolbia, nel 2014, dopo l’esproprio dei terreni, ha presentato al Suap di Olbia un progetto per la riconversione dei terreni a supporto di una iniziativa industriale nel settore cantieristico della nautica. Dopo la sentenza del Tar, la stessa Marzia Palau ricordò al proposito che «il nostro progetto prevede la realizzazione di un cantiere di refitting di mega-yacht fino a 200m (non di soli 90m), investimenti per circa 80 milioni di euro e una ricaduta occupazionale in termini di più di 100 unità lavorative a regime oltre al personale a tempo determinato. Il progetto è stato presentato in conferenza di servizi del comune di Olbia ad aprile 2014 e ha ricevuto parere favorevole da tutti gli enti escluso il Cipnes, che invece non lo ha voluto esaminare, preferendo il progetto di un altro privato al nostro».

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Riconversione. Nella sentenza del Consiglio di stato viene detto che «la riconversione industriale, che in questo caso mira a una trasformazione di una industria conserviera in un servizio di restauro e riparazione maxi yacht, può anche intervenire dopo il decorso del termini. Ma la riconversione deve essere vera e circostanziata e superare una conferenza di servizi almeno allo stadio della progettazione preliminare», Per i giudici del Consiglio di stato, non è dunque bastato alla Trissolbia per scongiurare l’inattività accumulare studi, ricerche e progetti di massima nell’arco del triennio della cessazione della produzione. Infatti già dal giudizio del Tar risulterebbe che la conferenza di servizi non ha superato la fase interlocutoria preliminaria.

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