San Paolo approdò in terra gallurese? «Ipotesi plausibile»
L’archeologo Marco Amucano sulle tracce dell’Apostolo
OLBIA. Il maestrale è sempre stato un problema. Da queste parti si dice addirittura che, circa sessanta anni dopo la nascita di Cristo, abbia messo in serie difficoltà anche San Paolo. La leggenda narra che una violenta tempesta di vento sballottò la nave dell'apostolo. Per questo l'equipaggio fu costretto a mettersi in salvo guidando l'imbarcazione verso una cala a una decina di chilometri a sud di Olbia, in una insenatura che proprio per questo ancora oggi si chiama Porto San Paolo. È una tradizione locale, molto viva tra Olbia e San Teodoro, che nei secoli avrebbe dato vita a culti e mirate intitolazioni di chiese. Di certo non c'è praticamente nulla. Ma l'archeologo Marco Agostino Amucano, docente di archeologia cristiana all'istituto Euromediterraneo, tempo fa si è messo sulle tracce del santo.
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La leggenda, secondo lo studioso, è credibile. Con pazienza Amucano ha raccolto diversi indizi cercando di dare una valida interpretazione alla tradizione che vede in Paolo di Tarso un frequentatore, seppure per poco tempo, del suolo gallurese.
La tradizione. L'archeologo olbiese parte dalla tradizione. «Si dice che la nave dell'apostolo riparò nei pressi di una cala a una decina di chilometri a sud di Olbia e che, prima di poter riprendere la navigazione, si recò nella vicina Olbia predicandovi la Buona novella - spiega Amucano -. Allo stato attuale delle conoscenze, non è documentabile né l'antichità né la fondatezza della trazione. Possiamo solo dire che la più antica attestazione dell'agiotoponimo, cioè il nome di un luogo legato a un santo, è duecentesca».
Tappa forzata. Un appiglio, però, potrebbe darlo proprio San Paolo nella sua Lettera ai Romani, quando annuncia la volontà di recarsi in Spagna. Siamo verso la fine degli anni Cinquanta del primo secolo dopo Cristo. Secondo Amucano la chiave della tradizione potrebbe essere questa, perché San Paolo, prima di raggiungere la Spagna, potrebbe aver fatto tappa in Sardegna. «Non sappiamo se Paolo si sia mai recato in Spagna - spiega Amucano -. Lui purtroppo non lo dice. Ma secondo Giuseppe Ricciotti, uno dei suoi massimi studiosi e biografi, questo viaggio è quasi sicuro e databile al 63 dopo Cristo, poco dopo la liberazione di Paolo dalla prima prigionia romana». Una quasi certezza che il biografo riscontrerebbe in testimonianze molto più antiche. Tra le tante c'è quella del vescovo Teodoreto di Cirro, che scrisse che San Paolo raggiunse la Spagna passando prima per le isole. «È noto che la rotta tradizionale dalla costa laziale alla Spagna prevedesse una tappa intermedia presso le coste settentrionali sarde - aggiunge Amucano -. E nel corso di questa rotta, nei primi due secoli dopo Cristo, lo scalo olbiese era tappa tradizionale».
Il culto del santo. Poi Amucano ha messo insieme altri indizi, stavolta scritti nel territorio. Nel triangolo compreso tra Olbia, Porto San Paolo e Padru, per esempio, si concentrano cinque intitolazioni dedicate all'apostolo. Forse non proprio una coincidenza. C'è innanzitutto la chiesa di San Paolo, nel cuore di Olbia, che sorge sui resti del tempio di Melkart-Ercole. Poi, nei pressi del fiume Padrongianus, un tempo sorgeva la chiesa di Santu Paulu de Serrài. Nel territorio di Porto San Paolo, in località Santu Paulu - Punta di La Tanchitta, ci sono i ruderi di una chiesa dedicata all'apostolo. Ad Azzanidò c'è un colle indicato come Punta di Santu Paulu. Vicino Padru c'è un altro piccolo rilievo, con alcuni ruderi, anche questo detto di Santu Paulu.
«La concentrazione così singolare di intitolazioni non prova lo sbarco, tuttavia dimostra un singolare primato del culto paolino nell'agro che lo stesso San Simplicio non detiene - conclude Amucano -. Con estrema prudenza, questi elementi, nient'altro che indiziari, uniti alla tradizione, esortano a una maggiore attenzione intorno all'ipotesi».
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