Bimbe morte asfissiate, assolta la madre
La Cassazione annulla la condanna per omicidio colposo della donna che, il 7 dicembre del 2006, lasciò le figlie sole in casa
TEMPIO. Mariangela Manca, la mamma delle piccole Clara e Daniela Pilu di tre e cinque anni, soffocate dal fumo, nel rogo della loro abitazione alla periferia di Tempio il 7 dicembre del 2006, scoppiato mentre la donna si era recata a scuola per andare a prendere la primogenita, a distanza di dieci anni dal tristissimo episodio, è stata assolta ieri dalla Corte di Cassazione per prescrizione del reato.
A dare la notizia, al suo rientro da Roma, è stato lo stesso difensore della donna, l’avvocato Domenico Putzolu del foro di Tempio che già aveva assistito Mariangela Manca nel processo celebrato nella sezione staccata di Sassari della corte d’appello di Cagliari.
Prima di tale processo la donna, difesa però da un altro legale, era stata processata nel 2010 dal tribunale di Tempio che l’aveva condannata a 4 anni di reclusione, oltre al pagamento delle spese del processo e all’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni.
La donna, secondo i giudici aveva cagionato la morte delle due figliolette “per imprudenza, imperizia e negligenza”.
In particolare, il tribunale di Tempio imputava alla donna di avere lasciato sole le due bambine, chiuse all’interno del soggiorno dove era in funzione una stufa a legna, accanto alla quale era sistemato il divano con in prossimità materiale di varia natura tra cui indumenti, giornali e diavolina, che erano bruciate lentamente provocando una intossicazione acuta da monossido di carbonio che aveva ucciso le piccole.
Una vicenda tristissima e drammatica che sconvolse non solamente la città di Tempio ma l’intera Gallura che in massa partecipò ai funerali delle due bimbe, per stringersi poi con molto affetto attorno alla famiglia. E non cambiò questo atteggiamento neanche la successiva sentenza pronunciata dalla corte d’appello di Sassari, quando a Mariangela Manca, assistita in questo caso dall’avvocato Domenico Putzolu, venne confermata la colpevolezza con la condanna a tre anni di reclusione.
In tutto questo tempo la donna, assieme al marito e alla figlia, ha vissuto con estrema dignità il suo enorme dramma. Senza mai isolarsi dalla comunità parrocchiale di San Giuseppe, (nella cui giurisdizione ricade la sua abitazione) e dalla vita cittadina.
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