La Nuova Sardegna

Olbia

Processo Al Qaeda: «Pista indicata dall’Fbi»

di Giampiero Cocco

Nell’aula bunker di Bancali ha deposto il capo della sezione antiterrorismo della polizia di Stato

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SASSARI. E’ ripreso ieri, con la deposizione del responsabile dell’ufficio antiterrorismo nazionale della direzione centrale di Prevenzione della polizia di Stato il processo contro gli undici tra pachistani accusati di far parte della cellula sarda di Al Qaede. Gli undici sono detenuti da quasi due anni con l’accusa di strage e associazione a delinquere finalizzata al traffico di immigrati sul territorio nazionale. Ieri mattina nell’aula bunker del carcere di Bancali ha deposto il vice questore Vincenzo Di Peso, il coordinatore delle Digos nazionali e ufficiale di collegamento tra i settori più delicati della sicurezza nazionale, in contatto con i nostri servizi segreti civili e militari oltre che con analoghe agenzia di sicurezza internazionali. Il funzionario ha spiegato, su richieste del pubblico ministero Danilo Tronci, come si è sviluppato l’interesse della polizia nazionale attorno al gruppo capitanato da Sultan Wali Khan. L’input iniziale, ha spiegato il dirigente, furono le indagini avviate dalla Digos di Sassari sulle attività di raccolta fondi dei pachistanidi Olbia e i loro contatti con diversi personaggi di origine mediorientale in odore di terrorismo rdi matrice islamica Due di questi contatti, un pachistano residente in Belgio e un afgano fermato alla frontiera francese, avevano nei cellulari messi sotto sequestro numeri di utenze telefoniche riconducibili a due degli imputati. Su Sultan Wali Khan venne adombrata la affiliazione al gruppo pakistano di Al Qaeda da una informativa riservata dell’Fbi statunitense che riferì, nel lontano 2004, d’aver ricevuto una missiva (firmata da un sedicente informatore mai identificato) che sosteneva tale affiliazione. Dichiarazioni, queste, viste come il fumo negli occhi dal nutrito staff difensivo, che si è opposto, codice di procedura penale alla mano, a dichiarazioni provenienti in gran pare “de relato”da agenti sotto copertura operanti nello scacchiere europeo e mediorientale. «Dichiarazioni che non possono aver valore davanti ad una corte italiana», hanno tuonato i penalisti Michele Santino e il collega Giovanni Plati, che difendono Sultan Wali Khan e diversi altri coimputati. Dal canto suo il presunto capo delle cellula terroristica ha voluto precisare «che molte delle persone citate e ritenute latitanti all’estero sono casi di omonimia. Basta cercare a Roma, dove lavorano due di questi asseriti “latitanti”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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