La Nuova Sardegna

Olbia

La rabbia dopo il diluvio: «Siamo soli»

di Serena Lullia
La rabbia dopo il diluvio: «Siamo soli»

Si contano i danni nella borgata di San Giovanni, ma anche a Santa Mariedda, nella marina di Pittulongu e a Maria Rocca

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OLBIA. Lo sguardo rivolto al cielo, alle nuvole grigie che minacciano ancora pioggia. Un gesto entrato nella quotidianità di una città che porta le cicatrici di due alluvioni. Dopo la paura per un week-end in allerta, Olbia si risveglia arrabbiata. Poco è cambiato dal novembre 2013. Solo la consapevolezza che si è sempre a rischio, che i fiumi tombati sotto l’asfalto esondano, che i ponti con arcate troppo strette crollano, che senza un piano di interventi serio i cittadini non saranno mai al sicuro. I due quartieri martoriati da Cleopatra, Isticadeddu e Baratta, tirano un sospiro di sollievo. I canali non hanno mai superato il livello di guardia. Ma queste giornate di maltempo hanno sfinito i cittadini. Molti non hanno dormito per paura di essere sorpresi da un’onda di acqua e fango.

San Giovanni. La rabbia si respira invece a San Giovanni, il quartiere che si sente figlio di nessuno. Più vicino ad Arzachena che a Olbia, nel 2013 venne travolto dall’ondata di piena del rio San Giovanni. Il corso d’acqua è esondato anche lunedì. Per alcune ore è stato impossibile raggiungere la borgata passando dalla statale 125. L’ingresso a San Giovanni è un inno al degrado. Il ponte crollato durante l’alluvione del 1973 è rimasto lì, piegato su sé stesso. Quasi un’opera di archeologia industriale. L’unica via di accesso è una passerella di cemento sollevata di pochi centimetri dal livello del fiume, con arcate strettissime. L’allagamento a ogni pioggia è un appuntamento ricorrente. «Succede sempre così – dichiara Gianfranco Cosseddu, allevatore, residente a San Giovanni –. Ci sono punti della strada in cui proprio non si può passare. Le voragini create dalla pioggia rischiano di inghiottire le auto. Ogni volta per raggiungere le mie pecore sotto la pioggia è un’impresa. Da 30 anni qui è sempre così. Si ricordano di noi solo quando ci ciedono il voto».

Maria Rocca. Chi vive nella parte bassa di via Como non ha levato le paratie anti-alluvione dagli ingressi delle case. Barriere più per il morale che per un fiume in piena. «Non ci fidiamo delle previsioni – dicono gli abitanti –. Qui ogni volta è un disastro». Il Paule Longa ormai lo chiamano fiume, ma è solo un rio. Il suo corso scompare in via Andria, passa sotto via Como attraversandola, poi sotto la scuola di Maria Rocca e riemerge. «Quando lunedì il fiume è esondato c’erano 30 centimetri d’acqua – spiegano da via Andria indicando il terreno ancora zuppo –. Un copione che si ripete».

Santa Mariedda. Nè i santi nè i pianeti sono riusciti a evitare alle traverse della parte alta di via Barcellona di finire sotto l’acqua. Arrabbiati e disperati, i cittadini vivono all’interno di un piano di risanamento. Molte strade sono sterrate, i fiumi scorrono a due passi dalle abitazioni. L’acqua è entrata nelle abitazioni al piano terra, ha allagato giardini e cantine. Attraversare le strade è come passeggiare sulle sabbie mobili.

Pittulongu. Il giorno dopo la grande pioggia via Donnigheddu, traversa di via Pittulongu, viene chiusa. La pioggia arrivata dalla parte alta della collina unita al fiume tracimato l’hanno resa impraticabile. Non è andata meglio in via Porto Istana, viale di accesso alla spiaggia. Ancora una volta sott’acqua.

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