Primi passi per il distretto culturale
Il professionista Gavino Minutti ha curato il piano di fattibilità
TEMPIO. Funzionano in diverse parti d’Italia, soprattutto in regioni come la Lombardia e l’Emilia Romagna, ma se ne parla sempre di più anche in Sardegna e, da qualche anno a questa parte, con crescente insistenza in Gallura. Sono i distretti culturali, un nuovo modo di intendere i modelli di sviluppo locale, fondati sul principio della reciprocità e della condivisione di risorse e idee. L’Unione dei Comuni dell’Alta Gallura, grazie alla caparbia determinazione dei sindaci che la costituiscono, ha ormai deciso di intraprendere questa strada. Ma che cosa sono esattamente i distretti culturali e quali benefici daranno? Per coglierne la filosofia e farsene un’idea precisa non c’è via più indicata di quella di farsene spiegare la natura e la struttura dal professionista gallurese che, proprio per conto dell’Unione dei Comuni, ne ha curato il piano di fattibilità. Un lavoro durato un anno e mezzo, preceduto dallo studio dei distretti culturali già presenti in altre aree del Paese. Si tratta di Gavino Minutti, esperto di materie economiche, professionista che ben conosce la realtà territoriale. «Un distretto, in parole povere, è un ambito specializzato nel fare alcune cose che sono patrimonio del territorio e di cui il territorio è custode. Nel distretto – dichiara Minutti – non si inventa nulla, si valorizza e si sviluppa il patrimonio disponibile, attivando procedure codificate, per usufruirne in modo migliore e per creare nuove attività. Nel distretto si crea un metodo di lavoro, un sistema di coordinamento, un luogo dove facilitare lo scambio di conoscenze e saperi, creando un ambiente favorevole alle relazioni tra istituzioni locali pubbliche e luoghi della cultura, imprese, centri di ricerca, no profit, scuole, università». Ma come dev’essere esattamente un distretto? Chi ne tira le fila? «Questo luogo – spiega il professionista – è generalmente un’istituzione di tipo privatistico come una fondazione o un’associazione di enti pubblici e privati in grado di autofinanziarsi e autogovernarsi. È il luogo dove formulare le linee guida per facilitare l’aggregazione tra operatori e la creazione di reti di filiera. È il luogo dove mettere assieme cultura, arte, storia, antropologia, ambiente, paesaggio, economia, politica e produrre ipotesi di lavoro».
Se sino a qualche anno fa l’idea di un distretto culturale sembrava di difficile realizzazione, ora i tempi sembrano più propizi. «Molti territori si stanno attrezzando, dandosi nuovi strumenti di governo locale. Tra questi c’è il nostro. L’Unione dei Comuni ha avviato un percorso per attivare il distretto culturale che sperimenterà metodi di lavoro che consentano alla cultura d’essere elemento primario, motore per lo sviluppo locale, per aiutare ad arrestare l’impoverimento e lo spopolamento delle comunità». Una nuova opportunità, dunque, per riprogrammare il futuro. (g.pu.)
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