Capitaneria di porto, cambio con commozione
Parole forti e toccanti per le famiglie sia del vecchio che del nuovo comandante L’ammiraglio Melone: «I soccorsi ai migranti? Noi non abbiamo perso l’umanità»
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OLBIA. Si commuove quando parla di Antonietta, Valentina e Luca, che sono la sua famiglia, e la voce si inceppa quando ricorda il padre e poi la mamma, «che aspetta la mia telefonata quotidiana». Ha la divisa bianca da alto ufficiale della capitaneria di porto, Pietro Preziosi: lascia così il comando della direzione marittima del nord Sardegna e del porto di Olbia. Ringrazia Emilia, la moglie, e i figli, che per la «decima volta devono cambiare città, vita, e i piccolo Gino Maria per tre volta nei suoi nove anni» e poi anche lui si commuove quando pensa al padre, che da «lassù mi accompagna». Ha la divisa bianca pure lui, è un alto ufficiale pure lui, Maurizio Trogu: così, da ieri, si presenta al posto di comando che era stato per due anni di Preziosi.
Anche i militari hanno un volto umano, sono come tutti gli altri cittadini, con i loro sentimenti. Spesso, anzi, quasi sempre, sono costretti a celarli, dissimularli: loro, più degli altri cittadini, hanno l’obbligo, il dovere di essere forti, più forti, e di dare forza, più forza a chi sta sotto di loro, a chi aiutano in mare, in terra.
Ma ci sono dei momenti in cui è bello assistere a scene di umanità: la cerimonia del passaggio di consegne di ieri, alla capitaneria di Olbia, è stato uno di questi. Rafforzato dalla parole dell’ammiraglio Vincenzo Melone, comandante generale delle capitaneria di porto. Melone è arrivato dalla Maddalena con la motovedetta 306, che dall’inizio dell’anno e sino a poco tempo fa era impegnata a Lampedusa nel soccorso dei migranti. «Ho viaggiato con l’equipaggio che era lì - ha detto Melone - Sapete che cosa mi hanno chiesto? Ammiraglio, ma quando possiamo tornare a Lampedusa?».
Il comandante ha detto parole chiare, nette. Ha spiegato che sente molte cose inesatte sull’immigrazione, sul ruolo dell’Italia, su quello della guardia costiera italiana. «Perché andiamo lì? Perché usciamo dalle nostre acque? Andiamo lì perché Libia e Tunisia non hanno un soccorso organizzato. In quella zona c’è un buco nero. Dal 2004 c’è una norma che dice questo: il paese che riceve la chiamata, deve intervenire. L’Italia è il paese che è più vicino, per questo siamo noi ad andare lì. C’è poi un’altra norma che dice questo: chi effettua il soccorso, deve portare le persone nel proprio paese. Questo sono le leggi: se non facessimo così, sarebbe omissione di soccorso. Ma c’è di più: c’è anche la morale che ce lo impone. Perché noi - ha chiuso Melone con grande orgoglio - non abbiamo perso il senso dell’umanità».(g.pi.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Anche i militari hanno un volto umano, sono come tutti gli altri cittadini, con i loro sentimenti. Spesso, anzi, quasi sempre, sono costretti a celarli, dissimularli: loro, più degli altri cittadini, hanno l’obbligo, il dovere di essere forti, più forti, e di dare forza, più forza a chi sta sotto di loro, a chi aiutano in mare, in terra.
Ma ci sono dei momenti in cui è bello assistere a scene di umanità: la cerimonia del passaggio di consegne di ieri, alla capitaneria di Olbia, è stato uno di questi. Rafforzato dalla parole dell’ammiraglio Vincenzo Melone, comandante generale delle capitaneria di porto. Melone è arrivato dalla Maddalena con la motovedetta 306, che dall’inizio dell’anno e sino a poco tempo fa era impegnata a Lampedusa nel soccorso dei migranti. «Ho viaggiato con l’equipaggio che era lì - ha detto Melone - Sapete che cosa mi hanno chiesto? Ammiraglio, ma quando possiamo tornare a Lampedusa?».
Il comandante ha detto parole chiare, nette. Ha spiegato che sente molte cose inesatte sull’immigrazione, sul ruolo dell’Italia, su quello della guardia costiera italiana. «Perché andiamo lì? Perché usciamo dalle nostre acque? Andiamo lì perché Libia e Tunisia non hanno un soccorso organizzato. In quella zona c’è un buco nero. Dal 2004 c’è una norma che dice questo: il paese che riceve la chiamata, deve intervenire. L’Italia è il paese che è più vicino, per questo siamo noi ad andare lì. C’è poi un’altra norma che dice questo: chi effettua il soccorso, deve portare le persone nel proprio paese. Questo sono le leggi: se non facessimo così, sarebbe omissione di soccorso. Ma c’è di più: c’è anche la morale che ce lo impone. Perché noi - ha chiuso Melone con grande orgoglio - non abbiamo perso il senso dell’umanità».(g.pi.)
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