Olbia, l’odissea di un disabile 10 ore al pronto soccorso
di Stefania Puorro
Lo sfogo di un turista di Verbania: «Medici e infermieri fanno tutto il possibile». E un altro utente ha atteso invece dalle 9 del mattino fino a notte
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OLBIA. Un turista disabile ha aspettato più di dieci ore al pronto soccorso per poter essere sottoposto a un esame. E a un altro utente che si muove con la carrozzina è andata pure peggio. E’ arrivato alle 9,25 del mattino di sabato e ha atteso più di 15 ore per fare un’ecografia. Antonino Lo Baido, di Verbania, in vacanza a San Teodoro, e Pierpaolo Farina di Arzachena hanno vissuto insieme un’odissea. Una giornata intera da incubo (per uno di loro anche parte della notte), seduti l’uno accanto all’altro nella sala d’attesa del pronto soccorso del Giovanni Paolo II. «E’ una situazione inaccettabile - racconta Lo Baido -, ma non certo causata da chi lavora sia al pronto soccorso che in radiologia. Non c’è personale sufficiente, e ce ne siano accorti: i pochi che coprono i turni cercano di fare veramente i miracoli. Il medico e l’infermiere del triage del pronto soccorso erano quasi mortificati. E’ umanamente impossibile per loro far fronte a tante richieste, soddisfare tutti gli utenti esasperati, smaltire decine e decine di “codici” e occuparsi, davanti a tutto, delle urgenze. Quando siamo arrivati in radiologia, dopo ore e ore dal nostro arrivo, siamo stati accolti con professionalità, pazienza e sensibilità. Ma nulla avrebbero potuto fare per accorciare la nostra sofferenza, perché il pronto soccorso era intasato e dovevamo aspettare il nostro turno. Questo è accaduto sabato scorso, quando siamo arrivati noi, ma è la quotidianità».
Antonino Lo Baido è in vacanza con la famiglia a San Teodoro. Tempo fa, a seguito di un incidente in moto, gli è stata amputata la gamba destra e ha una protesi. Sabato mattina presto si è alzato, ma mentre si dirigeva verso il bagno è caduto. «Ho sbattuto con violenza il moncone e sentivo un forte dolore. Così, alle 9,15, sono arrivato al pronto soccorso dell’ospedale di Olbia e mi sono subito reso conto delle pazzesche condizioni in cui sono costretti a lavorare i pochi medici e gli infermieri a disposizione. La mia attesa, prima di giungere in radiologia, è durata più di 10 ore e quella di Pierpaolo Farina, arrivato lì per una sospetta appendicite, addirittura 15, ovvero sino alle 2,30 del mattino dopo. C’erano urgenze ben più gravi di cui gli operatori dovevano occuparsi e noi non abbiamo potuto fare nient’altro che aspettare. Mentre la stanchezza e l’amarezza crescevano inevitabilmente. I medici e gli infermieri non hanno ai piedi gli zoccoli, ma le scarpe da tennis. Corrono da una parte all’altra, fanno veramente tutto ciò che possono e, a volte, devono subire anche aggressioni verbali e fisiche da parte di pazienti e parenti che perdono il controllo. Ci chiediamo come si possa far lavorare un ospedale in queste condizioni, con un organico così ridotto, di fronte a una popolazione estiva che cresce in modo vertiginoso».
Antonino Lo Baido è in vacanza con la famiglia a San Teodoro. Tempo fa, a seguito di un incidente in moto, gli è stata amputata la gamba destra e ha una protesi. Sabato mattina presto si è alzato, ma mentre si dirigeva verso il bagno è caduto. «Ho sbattuto con violenza il moncone e sentivo un forte dolore. Così, alle 9,15, sono arrivato al pronto soccorso dell’ospedale di Olbia e mi sono subito reso conto delle pazzesche condizioni in cui sono costretti a lavorare i pochi medici e gli infermieri a disposizione. La mia attesa, prima di giungere in radiologia, è durata più di 10 ore e quella di Pierpaolo Farina, arrivato lì per una sospetta appendicite, addirittura 15, ovvero sino alle 2,30 del mattino dopo. C’erano urgenze ben più gravi di cui gli operatori dovevano occuparsi e noi non abbiamo potuto fare nient’altro che aspettare. Mentre la stanchezza e l’amarezza crescevano inevitabilmente. I medici e gli infermieri non hanno ai piedi gli zoccoli, ma le scarpe da tennis. Corrono da una parte all’altra, fanno veramente tutto ciò che possono e, a volte, devono subire anche aggressioni verbali e fisiche da parte di pazienti e parenti che perdono il controllo. Ci chiediamo come si possa far lavorare un ospedale in queste condizioni, con un organico così ridotto, di fronte a una popolazione estiva che cresce in modo vertiginoso».
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