«La fase di allerta non è l’emergenza»
La difesa dell’ex sindaco Giovannelli e dei dirigenti dei servizi: tutte le operazioni sono state fatte secondo procedura
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OLBIA. Il sindaco non avrebbe potuto andare per strada e suonare le campane per informare i cittadini dell’arrivo del ciclone Cleopatra. «Sarebbe stato procurato allarme, glielo avrebbero contestato nell’immediatezza», è la tesi sostenuta con determinazione e dettaglio delle dinamiche idrografiche e delle procedure di Protezione civile dall’avvocato Nicola Di Benedetto, che nell’aula del tribunale di Tempio, dove ieri si è celebrata la nuova udienza del processo per accertare le responsabilità eventuali di quella tragedia, rappresenta la difesa del sindaco di allora Giovanni Giovannelli.
Il punto è, spiega il penalista Di Benedetto, che nell’indagine si è fatta confusione tra “allerta” e “emergenza”. Nel secondo caso si prevede l’evacuazione e l’allarme sonoro, che scattano quando si ha conoscenza di quel che sta arrivando, ma Giovannelli non poteva saperlo». Così è scattata la prima fase della procedura, ossia l’allerta, come del resto conferma (è un altro punto sul quale la difesa insiste) l’informazione che l’allora responsabile della Protezione civile, in quel caso il comandante della Polizia municipale Gianni Serra, diede alla stampa. Cleopatra ha scaricato la sua potenza prima nelle colline fuori Olbia, poi mezzora dopo quella furia è arrivata in città. Ne consegue, che Giovannelli non poteva disporre la chiusura delle scuole, perché prima dell’arrivo devastante su Olbia non poteva sapere.
Da suo canto, l’avvocato Jacopo Merlini, che assiste il responsabile della Protezione civile Giuseppe Budroni e il dirigente dei Lavori pubblici Antonello Zanda, ha concluso chiedendo per i suoi assistiti «una sentenza di riabilitazione, che renda loro il giusto riconoscimento di quanto fatto in occasione dell'alluvione e li ripaghi dalla crocefissione, anche mediatica, alla quale sono stati sottoposti in questi quattro anni». Antonello Zanda deve rispondere di disastro colposo con conseguente morte delle nove vittime dell'alluvione del 18 novembre 2013.
Merlini ha sostenuto l'estraneità delle accuse mosse contro Zanda (per Budroni aveva già parlato nella scorsa udienza) in quanto ogni contestazione è puntualmente smentita da documentazione in atti. Per quanto riguarda la pulizia dei canali, che fa parte del capo A dell'imputazione (disastro colposo) queste operazioni erano state preventivamente predisposte e affidate con gara d'appalto che, per i termini imposti dalla normativa allora in atto prevedeva 35 giorni di tempo tra l'affidamento dell'appalto e l'avvio dei lavori, che ha coinciso con il giorno dell'alluvione, il 18 novembre 2013.
Tutti i procedimenti avviati da Antonello Zanda, ha detto l’avvocato, sono documentati dai protocolli sugli atti messi in essere in ogni circostanza, compresa la contestata pulizia dei canali.
Il punto è, spiega il penalista Di Benedetto, che nell’indagine si è fatta confusione tra “allerta” e “emergenza”. Nel secondo caso si prevede l’evacuazione e l’allarme sonoro, che scattano quando si ha conoscenza di quel che sta arrivando, ma Giovannelli non poteva saperlo». Così è scattata la prima fase della procedura, ossia l’allerta, come del resto conferma (è un altro punto sul quale la difesa insiste) l’informazione che l’allora responsabile della Protezione civile, in quel caso il comandante della Polizia municipale Gianni Serra, diede alla stampa. Cleopatra ha scaricato la sua potenza prima nelle colline fuori Olbia, poi mezzora dopo quella furia è arrivata in città. Ne consegue, che Giovannelli non poteva disporre la chiusura delle scuole, perché prima dell’arrivo devastante su Olbia non poteva sapere.
Da suo canto, l’avvocato Jacopo Merlini, che assiste il responsabile della Protezione civile Giuseppe Budroni e il dirigente dei Lavori pubblici Antonello Zanda, ha concluso chiedendo per i suoi assistiti «una sentenza di riabilitazione, che renda loro il giusto riconoscimento di quanto fatto in occasione dell'alluvione e li ripaghi dalla crocefissione, anche mediatica, alla quale sono stati sottoposti in questi quattro anni». Antonello Zanda deve rispondere di disastro colposo con conseguente morte delle nove vittime dell'alluvione del 18 novembre 2013.
Merlini ha sostenuto l'estraneità delle accuse mosse contro Zanda (per Budroni aveva già parlato nella scorsa udienza) in quanto ogni contestazione è puntualmente smentita da documentazione in atti. Per quanto riguarda la pulizia dei canali, che fa parte del capo A dell'imputazione (disastro colposo) queste operazioni erano state preventivamente predisposte e affidate con gara d'appalto che, per i termini imposti dalla normativa allora in atto prevedeva 35 giorni di tempo tra l'affidamento dell'appalto e l'avvio dei lavori, che ha coinciso con il giorno dell'alluvione, il 18 novembre 2013.
Tutti i procedimenti avviati da Antonello Zanda, ha detto l’avvocato, sono documentati dai protocolli sugli atti messi in essere in ogni circostanza, compresa la contestata pulizia dei canali.
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