La Nuova Sardegna

Olbia

Addio Armando Bigi, «s’indattaraiu»

di Dario Budroni
Addio Armando Bigi, «s’indattaraiu»

La città in lutto: si è spento a 87 anni l’uomo a cui Tony De Rosas aveva dedicato la canzone diventata l’inno all’olbiesità

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OLBIA. La pelle del volto indurita dai raggi del sole. Le braccia forti e robuste di chi con il mare ci lavora. E poi l’amore nei confronti di una città che ogni mattina si lasciava alle spalle quando puntava la prua verso Tavolara, per raggiungere il suo personale regno fatto di cozze e pali di castagno. Armando Bigi è stato uno dei patriarchi della mitilicoltura olbiese. E venerdì se n’è andato. Si è spento nella sua Olbia, dove era nato nel 1930 quando la città era ancora un paesotto che si chiamava Terranova Pausania.

Armando Bigi, che aveva da poco compiuto 87 anni, ha lasciato un segno indelebile non solo tra la sua gente. Senza neanche volerlo il suo lavoro, la sua vita e il suo attaccamento alla famiglia sono diventati un inno all’olbiesità, un simbolo indiscusso della città. E questo perché «S’indattaraiu», quello della canzone scritta di getto da Tony De Rosas, era proprio lui: Armando Bigi.

La canzone di Armando. Gli olbiesi doc sono affezionati soprattutto a una canzone. Alcuni ci si rispecchiano, altri si emozionano pur non avendo mai lavorato in mare. L’aveva scritta Tony De Rosas, musicista e cantante che nella vita ha cantato molto altro ancora. Per la sua «S’indattaraiu», che vuol dire «il cozzaro», De Rosas si era ispirato alla vita di suo cognato, Armando Bigi, marito di sua sorella Giovanna. Una canzone in sardo e ambientata negli anni 50, presto diventata un simbolo di Olbia, che racconta i valori e le fatiche quotidiane dei mitilicoltori di una volta. «Sì, penso proprio che questa canzone se la sia meritata – dice Tony De Rosas, classe 1939 –. Quando la ascoltò per la prima volta ricordo che ne fu entusiasta. Ne andò sempre fiero, gli diede un po’ di importanza».

La storia del brano. De Rosas scrisse «S’indattaraiu» nel suo Tony’s bar, che si trovava in pieno centro storico, circa 40 anni fa. Un posto in cui era passata gente come Fabrizio De André, Mogol, Tina Turner, Gino Paoli, i Nomadi. «La scrissi in una ventina di minuti – racconta De Rosas –. E tutto si basa su ciò che vedevo e vivevo quando ero ancora un ragazzino». De Rosas, infatti, rimase presto orfano. E dopo un periodo in collegio, andò a vivere per una decina di anni con la sorella Giovanna e il cognato Armando Bigi. «Proprio come se fossi un figlio – spiega il cantante –. Abitavamo in una palazzina in via Tenente Florio, nei pressi di piazza Crispi. E ogni giorno scoprivo, tramite Armando, come funzionava la vita dei cozzari. Partivano alle 6 del mattino per dirigersi verso i vivai, con il sole che illuminava Tavolara, come dice la canzone. E poi sua moglie, cioè mia sorella, che lo aspettava per il pranzo. Solitamente tornava tardi, verso le 4 del pomeriggio. Scene di duro lavoro che mi hanno ispirato, è uno spaccato di vita vissuta».

L’ultimo saluto. Tony De Rosas ha cantato «S’indattaraiu» migliaia di volte. Oggi ci sono i funerali del cognato Armando. Ma Tony, almeno per il momento, in chiesa non canterà. «No, non penso di cantarla – confessa –. Ho paura che l’emozione possa prendere il sopravvento. Ma la canterà l’Olbia folk ensemble, loro sono molto bravi».

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