Tra graniti e fichi d’india i segreti dell’Isola Gabbia
di Dario Budroni
Un gioiello archeologico nel golfo di Olbia, tra l’Isola Bianca e il porto Cocciani I romani erano stati i primi a lavorare nelle cave, ma ci sono tracce più recenti
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OLBIA. L’impero romano ha mosso le sue robuste braccia anche qua, in questo isolotto fatto di granito e piante di fico d’india, più o meno a metà strada tra i moli dell’isola Bianca e del porto industriale. Solitamente il passato olbiese sbuca dal sottosuolo quando si scava per impiantare la rete del gas o per cambiare un tubo della condotta idrica. Stavolta invece, per guardare in faccia la storia, serve salire a bordo di una piccola imbarcazione, meglio ancora se un chiattino per via del basso fondale. Si arriva così all’isola Gabbia, un isolotto di modeste dimensioni dominato da una sorta di «cupolone» naturale di granito bianco, proprio davanti alla sponda nord del golfo interno. È qui che gli antichi romani facevano a fette la roccia: la tagliavano, la estraevano, ci facevano delle colonne. Tutta l’isola era una cava e le tracce sono dappertutto. Ci sono pure i resti di un molo, sempre di epoca romana.
L’isola dei romani. La conoscono soprattutto i pescatori e gli arsellatori, ma quasi chiunque, almeno fino a qualche giorno fa, ignorava il suo passato. Per questo è stato organizzato l’evento «ApriAmo l’isola Gabbia». Cinquanta persone, scarpe comode e macchina fotografica, hanno invaso l’isola per andare alla scoperta della sua storia. A fare da guida l’archeologo olbiese Agostino Amucano. «L’isola è più conosciuta come Cocciani, ma la cartografia ufficiale la chiama Gabbia - spiega l’archeologo -. Qui è presente del granito particolarmente buono. Il massimo per chi cercava del materiale di costruzione in epoca romana». In piena età imperiale, probabilmente verso il secondo e il terzo secolo dopo Cristo, l’isola venne quindi trasformata in una grande cava. «Ci troviamo dentro il golfo, in una zona protetta e quindi ideale per le operazioni di carico - continua l’archeologo -. In più dobbiamo considerare che in età romana il mare era più basso di un metro. Quindi l’accesso all’isola era ancora più semplice rispetto a oggi».
Le cave di granito. Il lavoro era suddiviso in più fasi: c’era chi sceglieva il granito, chi lo tagliava, chi lo lavorava, chi lo trasportava. I lavori più duri, naturalmente, erano svolti dai condannati «ad metalla», cioè ai lavori forzati. «Questa di isola Gabbia era la cava più importante del territorio olbiese - spiega Amucano -. I romani furono i primi a estrarre il granito. Ma ci sono anche delle tracce più recenti, con tutta probabilità qualcuno ha continuato a tagliare il granito fino a poche decine di anni fa». L’isolotto è disseminato di tracce e indizi. Anche chi non è un archeologo può notare che in più punti il granito risulta perfettamente tagliato. Un angolo dell’isola è addirittura ricoperto di materiale di scarto. E lungo le rive, invece, si notano blocchi e colonne sbozzate.
L’antico molo. Una delle cose più sorprendenti è sicuramente il molo di epoca romana, fatto di pietra. I resti sono ancora visibili. È in questo punto che il granito veniva caricato su delle speciali imbarcazioni. «E tutto questo tramite un sistema di carrucole - aggiunge Amucano -. Le imbarcazioni erano dei zatteroni o delle chiatte. L’importante era che il pescaggio fosse massimo di un metro». Non si sa dove venisse trasportato il granito di isola Gabbia. Probabilmente in altre zone dell’impero o anche nella vicina Olbia romana. Ma Amucano sottolinea: «C’è da dire, però, che solitamente le cave sul mare venivano utilizzate per l’esportazione del materiale estratto».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
L’isola dei romani. La conoscono soprattutto i pescatori e gli arsellatori, ma quasi chiunque, almeno fino a qualche giorno fa, ignorava il suo passato. Per questo è stato organizzato l’evento «ApriAmo l’isola Gabbia». Cinquanta persone, scarpe comode e macchina fotografica, hanno invaso l’isola per andare alla scoperta della sua storia. A fare da guida l’archeologo olbiese Agostino Amucano. «L’isola è più conosciuta come Cocciani, ma la cartografia ufficiale la chiama Gabbia - spiega l’archeologo -. Qui è presente del granito particolarmente buono. Il massimo per chi cercava del materiale di costruzione in epoca romana». In piena età imperiale, probabilmente verso il secondo e il terzo secolo dopo Cristo, l’isola venne quindi trasformata in una grande cava. «Ci troviamo dentro il golfo, in una zona protetta e quindi ideale per le operazioni di carico - continua l’archeologo -. In più dobbiamo considerare che in età romana il mare era più basso di un metro. Quindi l’accesso all’isola era ancora più semplice rispetto a oggi».
Le cave di granito. Il lavoro era suddiviso in più fasi: c’era chi sceglieva il granito, chi lo tagliava, chi lo lavorava, chi lo trasportava. I lavori più duri, naturalmente, erano svolti dai condannati «ad metalla», cioè ai lavori forzati. «Questa di isola Gabbia era la cava più importante del territorio olbiese - spiega Amucano -. I romani furono i primi a estrarre il granito. Ma ci sono anche delle tracce più recenti, con tutta probabilità qualcuno ha continuato a tagliare il granito fino a poche decine di anni fa». L’isolotto è disseminato di tracce e indizi. Anche chi non è un archeologo può notare che in più punti il granito risulta perfettamente tagliato. Un angolo dell’isola è addirittura ricoperto di materiale di scarto. E lungo le rive, invece, si notano blocchi e colonne sbozzate.
L’antico molo. Una delle cose più sorprendenti è sicuramente il molo di epoca romana, fatto di pietra. I resti sono ancora visibili. È in questo punto che il granito veniva caricato su delle speciali imbarcazioni. «E tutto questo tramite un sistema di carrucole - aggiunge Amucano -. Le imbarcazioni erano dei zatteroni o delle chiatte. L’importante era che il pescaggio fosse massimo di un metro». Non si sa dove venisse trasportato il granito di isola Gabbia. Probabilmente in altre zone dell’impero o anche nella vicina Olbia romana. Ma Amucano sottolinea: «C’è da dire, però, che solitamente le cave sul mare venivano utilizzate per l’esportazione del materiale estratto».
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