Capodanno all’oratorio, il parroco dice no
Palau, vietato l’uso dei locali a un gruppo di ventenni che in una lettera raccontano il malcontento
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PALAU. Palau non è un paese per giovani. Ne sono convinti i ragazzi delle generazioni che vanno dal 1996 al 2001. Loro ci provano a rendere più accattivante e meno noiosa la vita in un piccolo paese, ma tendono a scontrarsi con diffidenza e scarsa fiducia. L’ultimo episodio riguarda la richiesta dei giovani dei locali dell’oratorio per organizzare il cenone di fine anno. Ognuno avrebbe portato qualcosa da mangiare e la serata si sarebbe conclusa con un po’ di musica dal vivo suonata da loro stessi. Sia il presidente del Comitato di gestione dell’oratorio sia il parroco hanno negato la possibilità di usare il locale. Il motivo è semplice. Il regolamento vieta di concedere l’oratorio a terzi dopo una serie di episodio spiacevoli che avevano visto i locali restituiti sporchi e malconci. Di fronte alla norma i giovani non si sono limitati a protestare. Hanno anche proposto una procedura di selezione dei possibili fruitori dell’oratorio, perfino con il versamento di una caparra per eventuali danni. Nulla da fare. Il no è rimasto tale e i giovani palaesi hanno dovuto rinunciare al cenone tra amici e musica. È nato però un Comitato spontaneo che ha messo nero su bianco il suo malcontento. Nella speranza che per il futuro la voce dei ragazzi sia ascoltata. «Volevamo trascorrere un Capodanno sano, con un piatto di lenticchie e una band dal vivo, offrendoci di farci carico delle spese e della pulizia dell’oratorio. È stato vano il tentativo di convincere Virgilio e Caronte a rivedere la loro decisione di serrare indiscriminatamente le porte dell’oratorio. Forse siamo ancora degli "ignavi" non degni di salire sulla loro barca. Eppure abbiamo l'impressione che da diversi anni quella barca stia andando alla deriva verso l’altra sponda dell’Acheronte. All’alba di un atteso ricambio generazionale, non ci resta che sperare in un Don Bosco che sappia darci fiducia. Noi, mentre stiamo qui rinchiusi tra le mura di Dite, l'urlo lo abbiamo fatto».
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