La Nuova Sardegna

Olbia

Il Pd prova a rimettersi in piedi autocritica e progetti dopo il ko

di Serena Lullia
Il Pd prova a rimettersi in piedi autocritica e progetti dopo il ko

Il segretario Corda: «Decidiamo la rotta. Tre parole chiave: ascolto, partecipazione, rinnovamento» Tra le cause del fallimento indicate dagli iscritti: non stare più a sinistra, non parlare alla gente, litigare

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OLBIA. La rinascita passa attraverso la paura dell’estinzione. Le percentuali da condominio registrate dal Pd costringono i dem all’autocritica. Ma a quella vera, non di facciata. In cui il fallimento non è sempre e solo colpa degli avversari o dell’altra corrente. E questa volta la torta da dividere non è di potere ma di responsabilità. L’assemblea degli iscritti del partito democratico assomiglia a una seduta dallo psicanalista. Seduto sul lettino c’è un partito sconfitto, costretto a mettere da parte gloria e boria. Uno spazio di dialogo e confronto che, ricordano in tanti, non si vedeva da parecchio. Superata la fase della sconfitta del 4 marzo il Pd attraversa in una sola serata le fasi necessarie per rinascere. L’autoaccettazione di non essere partito di governo e di aver preso una batosta storica; l’analisi delle responsabilità; il ritrovato orgoglio dei valori della sinistra di cui si sente l’unico custode; la necessità di ritrovare la forza per levarsi i vestiti da borghese snob e rimettere i piedi nel fango.

Con la sua relazione il segretario. Gian Luca Corda rimette nelle mani del direttivo il mandato. «Il problema è ora decidere verso quale direzione vogliamo andare come Pd – afferma Corda –. In città, in provincia, in regione, in Italia. La mia riflessione è su alcune parole chiavi. Ascolto. Dobbiamo interrogarci se abbiamo saputo dare risposte a domande come lavoro, salute, emergenza educativa. Partecipazione. Nella società civile, nell’associazionismo. Partecipazione anche nella direzione di sedi aperte, luoghi reali di incontro e riflessione. Rinnovamento. Dei linguaggi, della proposta politica. Dobbiamo ripartire, ma non diventando ciò che non siamo mai stati, populisti. Vogliamo ritornare a essere popolari. Un popolarismo nuovo, al passo con i tempi». Uno sguardo alla sala al Blu Marine, una settantina di iscritti avanti over 60, spinge Tino Lazzari a una prima considerazione. «Il rinnovamento non c’è stato». Per poi proseguire. «Non abbiamo bisogno di recuperare consenso ma credibilità. Dobbiamo riacquisire un linguaggio nuovo, ma con un metodo vecchio. Confrontandoci, non sulle persone, ma sugli argomenti. Basta litigi e basta avere un profilo basso». Tra le cause della debacle «non essere più a sinistra. La nostra gente è andata altrove. Noi siamo rimasti qui, immobili. La Lega e il M5S hanno occupato certi spazi perché noi li abbiamo lasciati vuoti», è la riflessione di Vasco De Cet.

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