Pronto soccorso in barella gli organici sono all’osso
di Stefania Puorro
Grande carenza di infermieri e Oss, con l’estate alle porte sarà ancora caos La Fsi Usae: «Si prevedono accessi da record, il personale serve ora»
3 MINUTI DI LETTURA
OLBIA. Il pronto soccorso del Giovanni Paolo II rischia di arrivare al boom dell’estate con l’acqua alla gola. Perché nulla è cambiato. L’emergenza personale non è rientrata e i più penalizzati sono soprattutto infermieri e Oss. I primi, sulla carta, sarebbero 20: ma mancano cinque per diversi motivi (tra malattie e maternità) e ce ne vorrebbero altri 5 per far funzionare al meglio il reparto. Gli operatori socio sanitari sono solo 10 e devono turnare nelle 24 ore. Insufficienti anche i medici: 16. La situazione si aggrava, in questo caso,se si considera che non si trovano i sostituti. Servirebbero almeno tre specialisti in più, due dei quali da destinare all’Obi, dove spesso ci si occupa di pazienti gravi.
L’11 maggio sarà una data importante per i dipartimenti di emergenza degli ospedali sardi. Tutti i primari, infatti, incontreranno il direttore sanitario dell’Ats Francesco Enrichens proprio per prepararsi all’imminente stagione. Ed è facile immaginare quello che sarà il quadro di Olbia: senza rinforzi, si rischia nuovamente il collasso.
«Un po’ tardi organizzare una stagione quasi a metà maggio - dice Vito Langiu, della Fsi Usae -. L’Ats parla di stabilizzare i lavoratori a settembre, ma al pronto soccorso del Giovanni Paolo II servono subito. Qui il numero di accessi è spaventoso, soprattutto d’estate, e deve essere stabilita una corsia preferenziale».
E in effetti il numero degli utenti che si rivolge al pronto soccorso di Olbia è in continua ascesa. Dai 36mila di pochi anni fa, si è passati nel 2007 a 42mila e, per il 2018, si prevede di andare oltre i 43mila accessi.
Ma le difficoltà sono tantissime. E non riguardano solo la mancanza di personale. Al pronto soccorso, i pazienti rimangono ricoverati anche per diversi giorni perché non ci sono posti letto disponibili nei reparti. Questo avviene mentre i medici sono costretti a fare continuamente i “viaggi della speranza” verso altri ospedali dove ci sono le specialità che qui mancano. Mentre Sassari o Cagliari possono fare riferimento a strutture di secondo livello, al Giovanni Paolo II gli specialisti del pronto soccorso devono salire in ambulanza tutte le volte che un paziente ha bisogno di raggiungere un reparto di urologia, di neurologia, di malattie infettive, di neurochirurgia. E a volte ci sono più trasporti in contemporanea. Lo scorso sabato, per esempio, tre medici hanno dovuto accompagnare altrettanti pazienti nello stesso momento in altri ospedali della Sardegna.
Ma è soprattutto l’insufficienza degli infermieri a creare grossi problemi al pronto soccorso. «Non solo i pochi che lavorano sono costretti a turni massacranti - continua Vito Langiu - ma nella sala triage c’è sempre un unico infermiere che deve fare tutto: deve ricevere il paziente, deve valutare la critificità, deve assisterlo e deve farlo attendere affinché arrivi il suo turno. Quando questo accade, soprattutto d’estate, si creano anche le situazioni spiacevoli: le proteste e le aggressioni di pazienti esasperati. Ma, ancora oggi, non c’è un servizio fisso di polizia. A Olbia, durante la stagione calda, si registrano anche 230 accessi in una sola giornata. In questo modo, però, non si può andare avanti un giorno di più».
L’11 maggio sarà una data importante per i dipartimenti di emergenza degli ospedali sardi. Tutti i primari, infatti, incontreranno il direttore sanitario dell’Ats Francesco Enrichens proprio per prepararsi all’imminente stagione. Ed è facile immaginare quello che sarà il quadro di Olbia: senza rinforzi, si rischia nuovamente il collasso.
«Un po’ tardi organizzare una stagione quasi a metà maggio - dice Vito Langiu, della Fsi Usae -. L’Ats parla di stabilizzare i lavoratori a settembre, ma al pronto soccorso del Giovanni Paolo II servono subito. Qui il numero di accessi è spaventoso, soprattutto d’estate, e deve essere stabilita una corsia preferenziale».
E in effetti il numero degli utenti che si rivolge al pronto soccorso di Olbia è in continua ascesa. Dai 36mila di pochi anni fa, si è passati nel 2007 a 42mila e, per il 2018, si prevede di andare oltre i 43mila accessi.
Ma le difficoltà sono tantissime. E non riguardano solo la mancanza di personale. Al pronto soccorso, i pazienti rimangono ricoverati anche per diversi giorni perché non ci sono posti letto disponibili nei reparti. Questo avviene mentre i medici sono costretti a fare continuamente i “viaggi della speranza” verso altri ospedali dove ci sono le specialità che qui mancano. Mentre Sassari o Cagliari possono fare riferimento a strutture di secondo livello, al Giovanni Paolo II gli specialisti del pronto soccorso devono salire in ambulanza tutte le volte che un paziente ha bisogno di raggiungere un reparto di urologia, di neurologia, di malattie infettive, di neurochirurgia. E a volte ci sono più trasporti in contemporanea. Lo scorso sabato, per esempio, tre medici hanno dovuto accompagnare altrettanti pazienti nello stesso momento in altri ospedali della Sardegna.
Ma è soprattutto l’insufficienza degli infermieri a creare grossi problemi al pronto soccorso. «Non solo i pochi che lavorano sono costretti a turni massacranti - continua Vito Langiu - ma nella sala triage c’è sempre un unico infermiere che deve fare tutto: deve ricevere il paziente, deve valutare la critificità, deve assisterlo e deve farlo attendere affinché arrivi il suo turno. Quando questo accade, soprattutto d’estate, si creano anche le situazioni spiacevoli: le proteste e le aggressioni di pazienti esasperati. Ma, ancora oggi, non c’è un servizio fisso di polizia. A Olbia, durante la stagione calda, si registrano anche 230 accessi in una sola giornata. In questo modo, però, non si può andare avanti un giorno di più».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
