Una famiglia speciale nella “Casa della Letizia”
di Stefania Puorro
Tempio, la vita di 26 disabili psichici nell’immensa struttura di via Limbara La responsabile è suor Luigia Leoni. Festa per l’inaugurazione della palestra
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OLBIA. “Li steddi” ballano e cantano. Agitano le braccia con gioia nella palestra appena inaugurata davanti al vescovo Sanguinetti e al sindaco Biancareddu. Nella “casa della Letizia”, che ospita 26 disabili psichici, giovedì scorso è stato un giorno di festa. Nella grande sala arricchita di attrezzi e palle colorate, ora si farà ginnastica con più entusiasmo. E’ anche in palestra che “i ragazzi” trascorrono un po’ del loro tempo sotto la guida di una novizia laureata in scienze motorie. E lo fanno sempre in allegria.
Casa felice. Ed è proprio questo il clima che si respira nella “Casa”, gestita dalla Congregazione delle figlie di Gesù Crocifisso da quasi 60 anni, da quando cioè la Regione la concesse a Padre Vico, che dal 1932 aveva iniziato a interessarsi ai portatori di handicap psichico ospitandoli nella casa di Sant’Antonio. Dal 1961, però, i disabili avevano finalmente un posto tutto per loro: la casa della Letizia. Alla guida, da gennaio, c’è suor Luigia Leonia, in passato responsabile della Caritas e ancora oggi nel direttivo della fondazione contro l’usura. Anche suor Luigia, sorride. Guarda gli “steddi” con affetto e loro si aggrappano a lei quasi avessero il timore che possa andarsene. «E’ meraviglioso dedicarsi a queste persone, renderle contente - dice suor Luigia -. E basta davvero poco. Ognuno qui ha un suo compito, che svolge in modo preciso, ma nello stesso tempo sono molto uniti, fanno gruppo, si aiutano. E’ una grande famiglia, all’interno della quale molti di loro sono cresciuti. Sono pochi, 4 o 5, coloro che vanno a trascorrere il Natale dai parenti. Gli altri non li hanno, alcuni sono stati dimenticati. Ma qui hanno trovato la gioia».
Grandi lavoratori. Il più giovane ospite ha 40 anni, Peppino, che è invece il più anziano, di anni ne ha 74. Guai a toccargli carriola e attrezzi. Lui ama fare giardinaggio ed è sempre lui che si occupa di fare la differenziata. Luciano, invece, al quale manca una mano, circola con il suo inseparabile straccio. La sua passione è spolverare. E’ un vero pignolo e appena si accorge che le sedie in plastica sono sporche, immerge lo straccio in un secchio e le lava sino a quando non diventano splendenti. Questo, per gli ospiti speciali, è un modo per sentirsi utili, importanti. E quando arrivano anche i complimenti per il lavoro fatto, è davvero il massimo.
La struttura. La Casa della Letizia, in via Limbara, è una struttura immensa, ben tenuta e molto organizzata. Si sviluppa su una superficie coperta di 2116 metri quadri, ma l’intera area arriva quasi a 3200. I soffitti sono altissimi e gli ambienti sono freschi (tutti dotati di termosifoni e di pompe di calore). Ma non è un caso. Un tempo l’edificio si chiamava “frigorifero”, perché nel periodo della guerra veniva utilizzato come deposito delle carni. Poi venne più volte modificato.
Giornata tipo. La giornata, per tutti, comincia alle 7. Alle 7 e mezzo si fa colazione e poi, nelle diverse sale, c’è chi disegna, chi dipinge, chi colora, chi gioca a biliardino, chi con le costruzioni, chi guarda la tv. Tutti amano la musica (lo scorso Natale hanno ricevuto in dono uno strumento) e suonano sotto la guida dell’educatore. Tra gli ospiti, Sandrino è uno che attira l’attenzione. Imbraccia la chitarra, mette gli occhiali da sole, stende sul tavolo gli spartiti (in realtà sono semplici fogli) e suona e canta in un angolo al buio ricevendo l’approvazione di tutti.
Lo staff. A seguirli ci sono tre suore, tre oss, due infermieri, un educatore. Poi due cuoche, altro personale che si occupa della pulizia e alcuni volontari. Ma c’è anche un’équipe qualificata, suor Luigia è la coordinatrice, di cui fanno parte medici, psicologi e pedagogisti.
Porte aperte. L’ultimo arrivato si chiama Mario. Era un ragazzo vivace e intelligente e la sua vita è andata avanti senza intoppi sino a quando ha conseguito la maturità scientifica. Poi i primi mal di testa e tanti problemi, E’ stato sballottato a lungo da una parte all’altra. «Ma ora è qui ed è felice - spiega suor Luigia -. E Mario me lo dice continuamente. Mi abbraccia e mi chiede una sigaretta. E’ quanto gli serve per continuare a sorridere».
Casa felice. Ed è proprio questo il clima che si respira nella “Casa”, gestita dalla Congregazione delle figlie di Gesù Crocifisso da quasi 60 anni, da quando cioè la Regione la concesse a Padre Vico, che dal 1932 aveva iniziato a interessarsi ai portatori di handicap psichico ospitandoli nella casa di Sant’Antonio. Dal 1961, però, i disabili avevano finalmente un posto tutto per loro: la casa della Letizia. Alla guida, da gennaio, c’è suor Luigia Leonia, in passato responsabile della Caritas e ancora oggi nel direttivo della fondazione contro l’usura. Anche suor Luigia, sorride. Guarda gli “steddi” con affetto e loro si aggrappano a lei quasi avessero il timore che possa andarsene. «E’ meraviglioso dedicarsi a queste persone, renderle contente - dice suor Luigia -. E basta davvero poco. Ognuno qui ha un suo compito, che svolge in modo preciso, ma nello stesso tempo sono molto uniti, fanno gruppo, si aiutano. E’ una grande famiglia, all’interno della quale molti di loro sono cresciuti. Sono pochi, 4 o 5, coloro che vanno a trascorrere il Natale dai parenti. Gli altri non li hanno, alcuni sono stati dimenticati. Ma qui hanno trovato la gioia».
Grandi lavoratori. Il più giovane ospite ha 40 anni, Peppino, che è invece il più anziano, di anni ne ha 74. Guai a toccargli carriola e attrezzi. Lui ama fare giardinaggio ed è sempre lui che si occupa di fare la differenziata. Luciano, invece, al quale manca una mano, circola con il suo inseparabile straccio. La sua passione è spolverare. E’ un vero pignolo e appena si accorge che le sedie in plastica sono sporche, immerge lo straccio in un secchio e le lava sino a quando non diventano splendenti. Questo, per gli ospiti speciali, è un modo per sentirsi utili, importanti. E quando arrivano anche i complimenti per il lavoro fatto, è davvero il massimo.
La struttura. La Casa della Letizia, in via Limbara, è una struttura immensa, ben tenuta e molto organizzata. Si sviluppa su una superficie coperta di 2116 metri quadri, ma l’intera area arriva quasi a 3200. I soffitti sono altissimi e gli ambienti sono freschi (tutti dotati di termosifoni e di pompe di calore). Ma non è un caso. Un tempo l’edificio si chiamava “frigorifero”, perché nel periodo della guerra veniva utilizzato come deposito delle carni. Poi venne più volte modificato.
Giornata tipo. La giornata, per tutti, comincia alle 7. Alle 7 e mezzo si fa colazione e poi, nelle diverse sale, c’è chi disegna, chi dipinge, chi colora, chi gioca a biliardino, chi con le costruzioni, chi guarda la tv. Tutti amano la musica (lo scorso Natale hanno ricevuto in dono uno strumento) e suonano sotto la guida dell’educatore. Tra gli ospiti, Sandrino è uno che attira l’attenzione. Imbraccia la chitarra, mette gli occhiali da sole, stende sul tavolo gli spartiti (in realtà sono semplici fogli) e suona e canta in un angolo al buio ricevendo l’approvazione di tutti.
Lo staff. A seguirli ci sono tre suore, tre oss, due infermieri, un educatore. Poi due cuoche, altro personale che si occupa della pulizia e alcuni volontari. Ma c’è anche un’équipe qualificata, suor Luigia è la coordinatrice, di cui fanno parte medici, psicologi e pedagogisti.
Porte aperte. L’ultimo arrivato si chiama Mario. Era un ragazzo vivace e intelligente e la sua vita è andata avanti senza intoppi sino a quando ha conseguito la maturità scientifica. Poi i primi mal di testa e tanti problemi, E’ stato sballottato a lungo da una parte all’altra. «Ma ora è qui ed è felice - spiega suor Luigia -. E Mario me lo dice continuamente. Mi abbraccia e mi chiede una sigaretta. E’ quanto gli serve per continuare a sorridere».
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