Spaccio di droga: Ambrosio patteggia
Un anno e dieci mesi e pena sospesa per il ristoratore. Da quell’inchiesta era iniziata la stagione dei veleni in tribunale
OLBIA. Era ritenuto dagli inquirenti la figura centrale di un grosso giro di spaccio, soprattutto cocaina: droga destinata all’ “Olbia bene”, smerciata direttamente dal boss e attraverso una rete di spacciatori. Cristian Ambrosio, 40 anni, campano, imprenditore nel settore della ristorazione era stato arrestato tre anni fa, nell’ottobre 2015, nell’ambito dell’operazione “Casa mia” condotta dal commissariato di Olbia. Con lui finirono in carcere o ai domiciliari una decina di persone. Tutti, o quasi, hanno già patteggiato la pena.
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Ieri, anche l’imprenditore campano, difeso dagli avvocati Marco Petitta e Marzio Altana, ha patteggiato: la pena concordata col pubblico ministero e accolta dal giudice Andrea Pastori è di 1 anno e 10 mesi, pena sospesa, e tre mila euro di multa, col riconoscimento della “lieve entità”, essendo stati sequestrati ad Ambrosio pochi grammi di sostanza stupefacente. «È stata patteggiata una pena congrua rispetto a ciò che dice il fascicolo – commenta con soddisfazione l’avvocato Petitta – Ovvero un fascicolo che si fonda essenzialmente su intercettazioni, quindi, su “droga parlata”, e pochi grammi di droga sequestrata. Sulla base di quel fascicolo non si può più certamente dire che lui era il “boss della droga”, così come era stato definito». Cristian Ambrosio aveva chiesto fin da subito di patteggiare la pena. Qualche mese fa, il patteggiamento originariamente stabilito era stato revocato dal gip Giuseppe Grotteria, ieri, la nuova formulazione e l’accoglimento da parte del giudice monocratico.
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Dopo il suo arresto, su disposizione del tribunale di Tempio, polizia e carabinieri avevano sequestrato la mega villa con piscina, quella “casa mia” nella quale, secondo gli inquirenti, avveniva lo smercio della droga, ritenendo il valore dell’edificio non compatibile con il reddito del proprietario. Ma la difesa era riuscita a dimostrare che i soldi utilizzati per l’acquisto della villa e per condurre l’ alto tenore di vita contestato dalla Procura, provenivano dalle sue attività di ristoratore. L’immobile è stato dissequestrato nel marzo 2017.
La figura di Cristian Ambrosio è strettamente legata alle inchieste condotte dalla Procura capitolina sul tribunale di Tempio e in particolare a quella sul giudice Vincenzo Cristiano, arrestato nel 2016 per corruzione in atti giudiziari e per il quale è in corso il processo al tribunale di Roma. I due erano soci titolari di una pizzeria a San Teodoro. Le indagini che portarono all’arresto dell’ex gip del tribunale di Tempio scattarono quando i carabinieri di San Teodoro fecero un controllo sull’attività. In quell'occasione, secondo la ricostruzione degli inquirenti, proprio Vincenzo Cristiano si sarebbe presentato dai carabinieri fornendo il suo numero di cellulare e chiedendo di essere informato in caso di successivi controlli. Un’anomalia che mise in allarme la Procura di Tempio. Dalla visura catastale, si scoprì che un socio del giudice nella titolarità della pizzeria di San Teodoro era Cristian Ambrosio, che in quel momento era intercettato e pedinato dalla polizia per traffico di droga e che successivamente era stato arrestato.
Ambrosio figura anche nell’ inchiesta sulle presunte aste pilotate nel tribunale di Tempio: in un capo d’imputazione si fa riferimento a un rinvio anomalo relativo al procedimento penale a suo carico.
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