La Nuova Sardegna

Olbia

Fatture gonfiate: processo ai vertici Clea

di Tiziana Simula
Fatture gonfiate: processo ai vertici Clea

Carlo Iervolino e 3 dipendenti sono accusati di falso e indebita percezione di denaro dal Comune per biancheria mai lavata

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OLBIA. «Ho speso 500 euro di aereo per venire qui a testimoniare perché ora non vivo più ad Olbia, ma dovevo farlo perché è vergognoso che ci sia stato qualcuno che abbia lucrato dalla disgrazia degli alluvionati. Avevo portato a lavare alla Clea un tappeto che pesava otto chili, quando l’ho ritirato nella documentazione c’era scritto 100 chili. Mi è sembrato strano, e l’ho subito segnalato alla polizia stradale di Olbia». Sbotta in aula, uno dei testimoni chiamato a deporre nel processo contro i vertici della Clea, una delle otto lavanderie a cui il Comune di Olbia aveva affidato l’incarico di lavare indumenti, lenzuola e biancheria di vario genere dopo la drammatica alluvione del novembre 2013, quando il passaggio del ciclone Cleopatra mise in ginocchio mezza città. Per quell’operazione, il Comune pagava alla lavanderia industriale 2 euro e 50 al chilo per i panni lavati. In quattro devono rispondere di aver super gonfiato i chili di merce rispetto a quanto effettivamente preso in consegna e lavato, falsificando le fatture e incassando «l’indebito profitto consistente nella differenza tra il peso effettivo della merce e quello indicato nei documenti», spiega il capo d’imputazione.

Stando alle accuse mosse dalla Procura, Carlo Iervolino in qualità di gestore della Clea, Francesco Fresi in qualità di amministratore della società, Maria Giuseppina Occhioni e Gaia Belvisi in qualità di dipendenti avrebbero, in concorso tra loro, attraverso la compilazione e l’esibizione di dichiarazioni di trasporto e di fatture false, cioè riportanti quantitativi di merce superiori rispetto a quelli effettivamente lavati, ricevuto indebite erogazioni dal Comune di Olbia.

L’accusa per i quattro è di falso e di indebita percezione di erogazioni a danno dell’amministrazione comunale. Ieri mattina per i quattro imputati si è aperto il processo davanti al giudice monocratico del tribunale di Tempio, Andrea Pastori. In aula hanno deposto diversi testimoni: cittadini alluvionati e danneggiati che avevano portato abiti e biancheria sporchi di fango nella storica lavanderia della città.

Un’operazione di lavaggio passata sotto la lente della polizia stradale che, dopo la segnalazione di un cittadino, aveva dato il via agli accertamenti passando di casa in casa tra le famiglie che si erano rivolte alla Clea per verificare se il peso scritto nella documentazione corrispondesse a quello accertato dagli agenti. Un’attività minuziosa, riferita ieri in aula dal comandante della polizia stradale Andrea Chiminelli che ha ricostruito gli accertamenti eseguiti all’indomani del ciclone Cleopatra. Tra i testimoni, anche l’ex consigliere comunale e presidente del consiglio comunale Tonino Pizzadili, il quale aveva portato a lavare due tappetti per un totale di 20 chili ma nella documentazione erano diventati 180 chili. E ancora: 150 chili erano diventati 1.800 chili; 100 chili erano lievitati a 1.565 chili.

Sono dieci i casi al centro del procedimento penale a carico dei quattro imputati difesi dagli avvocati Ettore Licheri per Carlo Iervolino, Pierangelo Loddo per Francesco Fresi, Elvio Walter Moccia e Angelo Polo per Maria Giuseppina Occhioni e Guido Da Tome per Gaia Belvisi.

Il processo proseguirà il 26 marzo.

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