La Nuova Sardegna

Olbia

Assolta dipendente Assl: «Non è una assenteista»

di Tiziana Simula
Assolta dipendente Assl: «Non è una assenteista»

Coordinatrice del Cup accusata di timbrare il cartellino e allontanarsi dal lavoro Le indagini erano state condotte dal 2009 al 2011 dalla guardia di finanza

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OLBIA. Nessun assenteismo dal posto di lavoro, nessuna truffa ai danni dell’Asl di Olbia. Flavia Conti, 52 anni, nata a Fivizzano, un paesino in provincia di Messina, e residente a Palau, coordinatrice e referente del Cup, il Centro unico di prenotazioni dell’Asl, è stata assolta con formula piena “perché il fatto non sussiste” dal giudice Marchesa Bechere. Secondo l’accusa, la dipendente della Asl, timbrava il cartellino allontanandosi poi dal poliambulatorio di Olbia. L’accusa di truffa le veniva mossa anche per due visite specialistiche per le quali, sempre secondo l’accusa, avrebbe inserito i diritti di esenzione non spettanti. La Procura le contestava, infine, anche il reato di violazione della privacy, avendo trovato, la guardia di finanza che aveva curato l’indagine, uno scatolone pieno di impegnative all’interno della sua auto. Dopo sette anni dai fatti contestati, ogni accusa è caduta nei confronti dell’imputata, la cui assoluzione è stata chiesta ieri anche dal pubblico ministero Maria Antonietta Bacciu, ritenendo che non fosse stata raggiunta la prova. Dal processo è emerso che la coordinatrice del Cup aveva un contratto di lavoro che le consentiva di avere un orario libero all’interno di un monte ore settimanale ed essendo coordinatrice del Cup non aveva una sede fissa ma doveva spostarsi anche nelle altre sedi dell’Asl.

Nella sua arringa, l’avvocato Sebastiano Chironi che ha difeso la donna insieme all’avvocato Franco Luigi Satta, ha smontato l’impianto accusatorio, contestando l’attività d’indagine delle Fiamme gialle condotta senza preventivi accertamenti sul tipo di contratto di lavoro dell’imputata. Contratto che le consentiva, appunto, di spostarsi da una sede all’altra e un orario flessibile all’interno del monte ore settimanale. «Attività d’indagine fallace», l’ha definita il difensore, basata sull’incrocio dei dati tra il badge e le celle telefoniche, senza l’utilizzo di telecamere che immortalasse il momento in cui veniva timbrato il cartellino.

In merito alla presunta violazione della privacy è emerso che l’imputata aveva con sé le impegnative perché stava assolvendo a un servizio di trasporto altrimenti non coperto dalla Asl, così come è emerso che non era stata lei a inserire il codice di esenzione nel ticket per una visita specialistica.

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