La Nuova Sardegna

Olbia

«La vendita di Rinagghju? È una storia sbagliata»

di Angelo Mavuli
«La vendita di Rinagghju? È una storia sbagliata»

L’architetto e docente di urbanistica Massimo Carta invita la giunta a ripensarci «Non si conosce l’identità degli imprenditori e i progetti sono poco trasparenti»

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TEMPIO. «La valorizzazione di Rinagghju, è una storia sbagliata che dura da 40 anni. Occorre un ripensamento non più procrastinabile. La giunta non svenda ciò che deve custodire per inseguire ipotesi fumose e poco trasparenti». A scriverlo in un suo intervento, sulla vendita o meno di Rinagghju, è Massimo Carta, noto architetto tempiese, docente in Urbanistica nelle Università di Firenze, di Nostra Signora del Buon Consiglio di Tirana in Albania ed infine nell’Università Euro-Mediterranea di Fès in Marocco.

«E’ già inquietante - prosegue Carta -, che l’identità degli imprenditori non sia pubblica. Voltare pagina per Rinagghiu significa voltare pagina per Tempio. Si pensi invece a mettere in sicurezza gli edifici del mai nato stabilimento idropinico, (altrove si chiamano ecomostri), programmandone un progressivo smontaggio, e si preveda la rinaturalizzazione con l’aiuto delle competenze della Forestale, esaltando il valore pubblico e naturale del contesto. Poi si alzi lo sguardo a tutto il Comune. Si favorisca, la micro imprenditoria dell’accoglienza turistica diffusa, che esiste, non ha grandi capitali, ma può contribuire a ricostruire la comunità. Che la giunta lavori almeno al decoro, alla manutenzione minuta degli spazi pubblici, alla cura della bellezza e dei beni comuni e alla sicurezza del territorio. Il ritorno è assicurato». L’architetto Carta commenta anche l’assegnazione alla città della Bandiera Arancione. «La candidatura onerosa a questa assegnazione - dice -, è la presa di coscienza ufficiale dell’abbassamento del rango urbano di Tempio negli ultimi 60 anni, da città a borgo. Che significa: riduzione demografica e contrazione in corso di Servizi pubblici come Istruzione, Sanità, Giustizia, Commercio e Industria. Le strategie, le politiche e le azioni dell’amministrazione non paiono tenere conto di ciò e sono, invece, frammentarie e contraddittorie, senza nessuna idea-guida per il rilancio, solitamente espressa da un Puc che a Tempio, però, non c’è. Eppure, i beni comuni dai quali è possibile ripartire sono quelli noti a tutti: paesaggio, storia, agroalimentare e artigianato d’eccellenza, bellezza del centro storico, cultura, ospitalità, acqua, montagna e foresta». L’intervento di Carta si chiude con una sorta di j'accuse nella quale il tecnico si chiede anche: «Qual è la visione generale dell’argomento a livello comunale? Dove sono gli studi di settore che giustificano i motivi della localizzazione? E ancora: di che progetto si tratta, a quali rispettivi network si appoggia, su quali competenze locali si conta, a che utenti si rivolge, chi sono i competitor e leader del mercato, ed infine, in che modo questa ipotesi di vendita arricchirebbe la comunità futura?».

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