La Nuova Sardegna

Olbia

“Petrosino” spegne 70 candeline

di Paolo Ardovino

Due generazioni si sono alternate nello storico negozio di abbigliamento nato con l’insegna “Memena”

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OLBIA. Non un semplice negozio: può dirsi senza falsa modestia un’istituzione. Cittadina, e prima ancora del quartiere Bandinu. Sotto l’insegna “Petrosino” si è formata una strada asfaltata, ha iniziato a crearsi un certo via vai, e le scolaresche affollano via Venafiorita, puntuali, ogni giorno all’ora di pranzo. E proprio in quell’angolo di Olbia, dove le vetrine del negozio di abbigliamento e biancheria si affacciano a sinistra su via Venafiorita e a destra su via Vicenza, quest’anno si sono spente ben 70 candeline.

Le origini. «L’attività è nata nel 1949 – torna indietro nel tempo Antonio Petrosino, l’attuale titolare –. Ma era diversa la posizione: il primo punto fu aperto al corso e, dopo un anno, in via Dettori, nei pressi della discesa di via Regina Elena. Soprattutto, però, era diverso il nome. Antonio lo dice indicando in alto: dentro al suo attuale negozio, appeso in una parete, sopra i camerini, c’è un quadro che conserva un paio di foto in bianco e nero e la vecchia insegna: «Memena». Il nome della madre, perché è stata lei ad aprire il punto vendita, all’epoca limitato ai tessuti e alla biancheria per la casa. Famiglia di origini pugliesi e famiglia di venditori; anche Vito, il padre, vendeva, ma lo faceva in giro per tutta la Gallura.

Via venafiorita. È il 1982 quando avviene lo storico trasferimento in via Venafiorita, ancora sede attuale del negozio, che intanto ha cambiato nome. Negli anni ’90, infatti, Antonio Petrosino, fresco ventenne diplomato geometra al Deffenu, decide di ereditare il lavoro dei genitori. «Ma già da piccolo seguivo l’attività, sono praticamente nato in negozio, ero abituato a quel contesto». Via così alla seconda generazione che allarga il proprio target verso l’abbigliamento e l’intimo. «E oggi la nostra forza sono i clienti che da anni non ci hanno mai abbandonato» dice fiero. La terza generazione? «Un punto interrogativo» spiega Antonio. «Al momento in negozio mi aiutano mia moglie Franca e mia figlia Silvia. Non so se lei vorrà continuare o meno, e non la obbligo. Il commercio è diventato una giungla. Certo, dispiacerebbe non continuare». «Col tempo ci siamo dovuti aggiornare alle richieste del cliente e superare l’avvento della grande distribuzione». Ma Petrosino vive di fiducia decennale. Quasi sempre, chi entra lo fa salutando a gran voce e dando del «tu», ché tra gli scaffali si sono consolidati rapporti importanti. «Abbiamo seminato nel tempo puntando alla serietà, cercando la qualità della merce con marchi storici. Ora vengono i figli dei vecchi clienti di mia madre».

Punto di riferimento. È una delle poche oasi rimaste dove all’acquisto si aggiunge lo scambio di battute, il commento sugli ultimi fatti del giorno, il consiglio sulla misura adatta. A suo modo, l’insegna “Petrosino” rimanda a una piccola isola di olbiesità – Antonio è anche tifoso fisso dell’Olbia sugli spalti del “Nespoli” – che unisce passato e presente. «Ricordo i primissimi anni...», quando si dice che “una volta era tutta campagna”. «In zona Bandinu era così, la strada finiva poco prima del negozio. Ora sono contento, vedo un quartiere che è cresciuto, che può contare su tanti servizi e non è più così periferico». Posizione diventata simbolica, ma negli ultimi anni problematica, perché fulcro dei ritrovi studenteschi dopo-scuola, di tutti i pendolari che attendono gli autobus nella fermata quasi attaccata, «e creano davvero disordine – conclude Antonio –. Devo sempre raccogliere molti rifiuti lasciati sotto l'ingresso. E anche le fioriere vengono puntualmente distrutte».

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