Silvia racconta alla folla l’anoressia
La giovane tempiese, scrittrice e insegnante, ha presentato il suo libro-diario
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TEMPIO. Raccontare la malattia con grazia e fermezza e fare nello stesso tempo della scrittura e dell’esercizio autobiografico gli strumenti della guarigione. È questo uno dei “segreti” con i quali Silvia Piga ha fatto i conti con l’anoressia.
L’esperienza della malattia è finita in un libro che è stato presentato davanti a un gran numero di persone, richiamate dal gesto straordinario compiuto dall’autrice: raccontare una storia vera attraverso l’artificio della scrittura letteraria per condividere un’esperienza che potrebbe essere utile a chi si trova o dovesse trovarsi nelle stesse condizioni. Cosa che Silvia, trentunenne scrittrice e insegnante tempiese, ha fatto con coraggio in occasione del suo vero debutto come narratrice. Tre anni fa aveva dato alle stampe un altro libro, ma quello è stato un genere diverso. Con “L’amica di mia figlia” ha invece voluto raccontare una storia molto personale perché ricavata in buona misura dalle pagine del suo diario. Sostenuta e intervistata da Luana Scanu, Silvia ha spiegato le ragioni del suo libro, facendo luce su tanti aspetti della malattia che pochi conoscono. Per combatterla è stato per lei determinante avere un “filtro”, e questo è stato il diario. Nelle sue pagine, trasformate poi in un libro per il pubblico, viene raccontato il “circolo maledetto della malattia di Aurelia”, la protagonista che soccombe alle spire avvolgenti della malattia lasciando in eredità alla madre un documento che sarà di aiuto ad altri. «Sbaglia chi crede che l’anoressia sia la malattia delle modelle – ha chiarito Silvia – e sbagliava chi vedeva il mio dimagrimento nei primi tempi come il desiderio non dichiarato di avere un fisico da modella. L’anoressia, ma più in generale i disturbi dell’alimentazione sono una malattia subdola, che si nasconde e sa essere a suo modo anche seducente». La stessa parola “anoressia” è difficilmente digeribile. «È una parola che non amavo pronunciare e che solo ora ho imparato a dire». E questo perché le parole contano, sono, anzi, determinanti. Una parola sbagliata, un approccio mal calibrato può rivelarsi deleterio e allungare i tempi della guarigione, se non comprometterla.
«Quando mi dicevano che dovevo scegliere di guarire, stavo peggio perché nessuno sceglie di ammalarsi, anche se è poi vero che si rischia di identificarsi con la malattia». Per Silvia, per il suo processo di risalita alla luce, è stato fondamentale il sostegno della famiglia (“mio padre è un supereroe”) e del medico curante che ha sempre trovato con lei le parole giuste da usare. Hanno avuto un valore terapeutico anche i social, soprattutto Instagram, dove si trova davvero di tutto in materia di disturbi dell’alimentazione: dalle informazioni sui cibi cosiddetti “fobici” (“per me era l’olio, ad esempio”) ai body check che impazzano nella rete. Questa può essere anche una trappola, in particolare per i più giovani, perché ci sono siti e blog che addirittura inneggiano all’anoressia. «Ecco perché quello che serve è un approccio più educativo che clinico».
Un approccio che, nel caso di Silvia, si è dimostrato vincente e che, grazie ora anche al suo libro, altri potrebbero sperimentare. (g.pu.)
L’esperienza della malattia è finita in un libro che è stato presentato davanti a un gran numero di persone, richiamate dal gesto straordinario compiuto dall’autrice: raccontare una storia vera attraverso l’artificio della scrittura letteraria per condividere un’esperienza che potrebbe essere utile a chi si trova o dovesse trovarsi nelle stesse condizioni. Cosa che Silvia, trentunenne scrittrice e insegnante tempiese, ha fatto con coraggio in occasione del suo vero debutto come narratrice. Tre anni fa aveva dato alle stampe un altro libro, ma quello è stato un genere diverso. Con “L’amica di mia figlia” ha invece voluto raccontare una storia molto personale perché ricavata in buona misura dalle pagine del suo diario. Sostenuta e intervistata da Luana Scanu, Silvia ha spiegato le ragioni del suo libro, facendo luce su tanti aspetti della malattia che pochi conoscono. Per combatterla è stato per lei determinante avere un “filtro”, e questo è stato il diario. Nelle sue pagine, trasformate poi in un libro per il pubblico, viene raccontato il “circolo maledetto della malattia di Aurelia”, la protagonista che soccombe alle spire avvolgenti della malattia lasciando in eredità alla madre un documento che sarà di aiuto ad altri. «Sbaglia chi crede che l’anoressia sia la malattia delle modelle – ha chiarito Silvia – e sbagliava chi vedeva il mio dimagrimento nei primi tempi come il desiderio non dichiarato di avere un fisico da modella. L’anoressia, ma più in generale i disturbi dell’alimentazione sono una malattia subdola, che si nasconde e sa essere a suo modo anche seducente». La stessa parola “anoressia” è difficilmente digeribile. «È una parola che non amavo pronunciare e che solo ora ho imparato a dire». E questo perché le parole contano, sono, anzi, determinanti. Una parola sbagliata, un approccio mal calibrato può rivelarsi deleterio e allungare i tempi della guarigione, se non comprometterla.
«Quando mi dicevano che dovevo scegliere di guarire, stavo peggio perché nessuno sceglie di ammalarsi, anche se è poi vero che si rischia di identificarsi con la malattia». Per Silvia, per il suo processo di risalita alla luce, è stato fondamentale il sostegno della famiglia (“mio padre è un supereroe”) e del medico curante che ha sempre trovato con lei le parole giuste da usare. Hanno avuto un valore terapeutico anche i social, soprattutto Instagram, dove si trova davvero di tutto in materia di disturbi dell’alimentazione: dalle informazioni sui cibi cosiddetti “fobici” (“per me era l’olio, ad esempio”) ai body check che impazzano nella rete. Questa può essere anche una trappola, in particolare per i più giovani, perché ci sono siti e blog che addirittura inneggiano all’anoressia. «Ecco perché quello che serve è un approccio più educativo che clinico».
Un approccio che, nel caso di Silvia, si è dimostrato vincente e che, grazie ora anche al suo libro, altri potrebbero sperimentare. (g.pu.)
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