«Fate lo screening a tutto il personale»
Cardiologia in fibrillazione, medici e infermieri scrivono all’Asl e alla direzione medica: non ci sentiamo sicuri
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OLBIA. Nessuno screening di tutto il personale nonostante la presenza di persone «potenzialmente infette» dal Sars-Cov-2, nessuna nuova indicazione sulle modalità di lavoro, dotazioni di sicurezza insufficienti. Il coronavirus mette in fibrillazione il reparto di Cardiologia -Utic- emodinamica dell’ospedale Giovanni Paolo II di Olbia, che da giorni fa i conti con l’effetto esplosivo provocato dalla scoperta di quindici positivi tra medici, infermieri e pazienti.
Un documento sottoscritto da medici e infermieri è stato inviato ieri alla direzione dell’Asl, alla direzione medica, al direttore del reparto e ai responsabili della sicurezza. Una denuncia che non si è fermata tra le mura dell’ospedale ma è finita su facebook scatenando discussioni e reazioni. «Dopo – si legge – svariati giorni dall’accertamento dei primi casi positivi emersi nel reparto di Rianimazione e nonostante la comunicazione a chi di dovere di quotidiani rapporti lavorativi intercorsi (talvolta senza adeguato uso di dispositivi di protezione individuale) e la presenza in reparto e in sala di emodinamica di conviventi con soggetti positivi al Covid, non si è proceduto con lo screening del restante personale. Non abbiamo inoltre ricevuto nessuna nuova indicazione sulle modalità lavorative specifiche o le eventuali misure aggiuntive da adottare».
«Nella nostra unità operativa – prosegue la denuncia – continua a lavorare personale potenzialmente infetto, senza che vi sia la possibilità di escludere la diagnosi, e in condizioni che non tutelano la salute dei pazienti. Allo stato attuale, dopo 72 ore dall’esecuzione dei primi tamponi (unicamente al personale convivente con soggetti positivi, che ha svolto fino ad allora normale attività lavorativa nella nostra struttura) non risulta disponibile l’esito di tale fondamentale accertamento».
C’è poi il capitolo mascherine e presidi analoghi, la cui dotazione – si legge nel documento – «allo stato attuale è insufficiente per svolgere la nostra attività assistenziale in totale sicurezza». Tantopiù che ci sarebbe anche disparità di trattamento: mentre il personale della Cardiologia deve utilizzare «le mascherine chirurgiche anche in caso di contatto sospetto», altro personale è dotato «di maschera Fp3 con valvola». Ancora: la carenza di informazione. «Al momento – prosegue la denuncia – non siamo stati ancora informati riguardo definiti e condivisi percorsi intra-ospedalieri e protocolli assistenziali da seguire in caso di pazienti sospetti o accertati positivi: vedi paziente Stemi - con infarto miocardico acuto, ndr – accompagnato dal personale del 118 che esegue, solo per nostra iniziativa, primo triage ospedaliero in Pronto soccorso». I medici e infermieri che hanno inviato la lettera chiudono declinando «ogni responsabilità per eventuali danni a terzi derivanti dall’esercizio della professione in queste condizioni».
La replica. «Capisco lo sfogo, è normale essere preoccupati in questi momenti, lo sono anche io – afferma Rosanna Pes, che dirige la Cardiologia del Giovanni Paolo II –. Ma credo che si sia andati un po’ oltre la realtà, sbagliando il bersaglio. La direzione medica dell’ospedale si sta prodigando per risolvere i problemi in una situazione di grande difficoltà che è evidente anche al profano. Ogni giorno infatti dobbiamo affrontare problemi nuovi. Nel nostro reparto il rischio di eventuale contagio è comunque più basso rispetto ad altre aree dell’ospedale. Certo non possiamo avere certezze assolute».
«Sono rimasta colpita – conclude il direttore del reparto – dalla risposta alla richiesta di 300 medici per la Lombardia: hanno risposto in 8mila, nonostante si vada a operare nella situazione che sappiamo. È il nostro mestiere, anche se comporta un certo livello di rischio. Nonostante tutto dobbiamo impegnarci a lavorare bene». (a.se.)
Un documento sottoscritto da medici e infermieri è stato inviato ieri alla direzione dell’Asl, alla direzione medica, al direttore del reparto e ai responsabili della sicurezza. Una denuncia che non si è fermata tra le mura dell’ospedale ma è finita su facebook scatenando discussioni e reazioni. «Dopo – si legge – svariati giorni dall’accertamento dei primi casi positivi emersi nel reparto di Rianimazione e nonostante la comunicazione a chi di dovere di quotidiani rapporti lavorativi intercorsi (talvolta senza adeguato uso di dispositivi di protezione individuale) e la presenza in reparto e in sala di emodinamica di conviventi con soggetti positivi al Covid, non si è proceduto con lo screening del restante personale. Non abbiamo inoltre ricevuto nessuna nuova indicazione sulle modalità lavorative specifiche o le eventuali misure aggiuntive da adottare».
«Nella nostra unità operativa – prosegue la denuncia – continua a lavorare personale potenzialmente infetto, senza che vi sia la possibilità di escludere la diagnosi, e in condizioni che non tutelano la salute dei pazienti. Allo stato attuale, dopo 72 ore dall’esecuzione dei primi tamponi (unicamente al personale convivente con soggetti positivi, che ha svolto fino ad allora normale attività lavorativa nella nostra struttura) non risulta disponibile l’esito di tale fondamentale accertamento».
C’è poi il capitolo mascherine e presidi analoghi, la cui dotazione – si legge nel documento – «allo stato attuale è insufficiente per svolgere la nostra attività assistenziale in totale sicurezza». Tantopiù che ci sarebbe anche disparità di trattamento: mentre il personale della Cardiologia deve utilizzare «le mascherine chirurgiche anche in caso di contatto sospetto», altro personale è dotato «di maschera Fp3 con valvola». Ancora: la carenza di informazione. «Al momento – prosegue la denuncia – non siamo stati ancora informati riguardo definiti e condivisi percorsi intra-ospedalieri e protocolli assistenziali da seguire in caso di pazienti sospetti o accertati positivi: vedi paziente Stemi - con infarto miocardico acuto, ndr – accompagnato dal personale del 118 che esegue, solo per nostra iniziativa, primo triage ospedaliero in Pronto soccorso». I medici e infermieri che hanno inviato la lettera chiudono declinando «ogni responsabilità per eventuali danni a terzi derivanti dall’esercizio della professione in queste condizioni».
La replica. «Capisco lo sfogo, è normale essere preoccupati in questi momenti, lo sono anche io – afferma Rosanna Pes, che dirige la Cardiologia del Giovanni Paolo II –. Ma credo che si sia andati un po’ oltre la realtà, sbagliando il bersaglio. La direzione medica dell’ospedale si sta prodigando per risolvere i problemi in una situazione di grande difficoltà che è evidente anche al profano. Ogni giorno infatti dobbiamo affrontare problemi nuovi. Nel nostro reparto il rischio di eventuale contagio è comunque più basso rispetto ad altre aree dell’ospedale. Certo non possiamo avere certezze assolute».
«Sono rimasta colpita – conclude il direttore del reparto – dalla risposta alla richiesta di 300 medici per la Lombardia: hanno risposto in 8mila, nonostante si vada a operare nella situazione che sappiamo. È il nostro mestiere, anche se comporta un certo livello di rischio. Nonostante tutto dobbiamo impegnarci a lavorare bene». (a.se.)
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