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Olbia

Dopo gli insulti le scuse: «Non licenziatemi»

Dopo gli insulti le scuse: «Non licenziatemi»

Si è pentito l’operaio della De Vizia che ha offeso il sindaco Settimo Nizzi con un post su Facebook 

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OLBIA. Confondendo la libertà di espressione con il sacrosanto dovere di non offendere mai nessuno, un dipendente della De Vizia transfer rischia ora di pagare a caro prezzo un post velenoso pubblicato nei giorni scorsi sul suo profilo Facebook. Un messaggio pieno di insulti volgari e minacce nei confronti del sindaco di Olbia, Settimo Nizzi, accusato di aver lasciato aperto l’ecocentro comunale in queste settimane di emergenza coronavirus. Una scelta che il sindaco peraltro aveva già spiegato nei giorni scorsi. Una volta per tutte, insultare e minacciare costituisce reato e l’impunità non esiste neanche sui social, che non non sono una zona franca. Così davanti a un procedimento disciplinare avviato dal suo datore di lavoro, la De Vizia, e di fronte soprattutto alla drammatica prospettiva di un licenziamento in tronco, Pietro Paolo Carta – operaio olbiese 51enne – ha deciso di affrontare di petto la situazione incresciosa e fare la cosa migliore: spiegare e, soprattutto, chiedere scusa al sindaco Settimo Nizzi.

«Pur non essendo io l’autore del messaggio, sono mortificato – spiega Pietro Paolo Carta – e mi sento comunque in colpa perché il messaggio sarebbe pubblicato sulla mia pagina. Sono in corso accertamenti e, se così fosse, avrei dovuto prestare più attenzione. Ora il post nella pagina è stato comunque rimosso». «Vorrei chiedere scusa pubblicamente al signor sindaco, che io ho sempre ammirato, e all’azienda che ho servito con dedizione per anni – aggiunge Carta – ho bisogno di voi perché vivo solo del mio stipendio e non posso perdere il lavoro, perché ho una figlia piccola da mantenere e un mutuo da pagare. Per questo chiedo pubblicamente al sindaco e all’azienda di punirmi pure, se lo ritengono, in qualunque maniera, con una sospensione e o con un risarcimento danni, ma chiedo e spero di non essere licenziato perché sarebbe la fine per la mia famiglia, soprattutto in un periodo come questo dove tutti siamo esposti ed esasperati dal pericolo dell’epidemia». (m.b.)

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