Olbia, «Positivi o no al Covid 19? L’Assl nega i referti»
Una famiglia sottoposta a tamponi dopo un caso di contagio non riesce a ottenere la documentazione
2 MINUTI DI LETTURA
OLBIA. «Qualcosa non torna». L’avvocato Oriana Erittu esprime così la sua perplessità di fronte al doppio “no” che l’Assl di Olbia ha pronunciato di fronte alla richiesta di una famiglia olbiese di conoscere l’esito dei test, eseguiti tra il 15 e il 19 maggio, per la verifica della positività al coronavirus. Lo dice commentando la lettera che, su incarico della famiglia, composta da quattro persone (padre, madre e due figli), ha inviato all’Ats Sardegna e all’Assl per sollecitare i referti. Anche perché quella certificazione è necessaria al capofamiglia per poter tornare al lavoro.
Nella famiglia olbiese, nel mese di marzo, si è registrato un caso di positività. Uno dei componenti, la donna, ha manifestato i sintomi del Covid 19, e ricevuto l’accertamento di positività – scrive l’avvocato – «tutti i membri della famiglia sono stati sottoposti alla quarantena volontaria senza avere la certezza di aver tutti contratto il virus».
La necessità di una nuova verifica a maggio, ricostruisce il legale, è scattata quando «nonostante il periodo di quarantena fosse terminato, la donna ha avuto nuovi episodi di malessere».
Tutta la famiglia è stata controllata attraverso i tamponi naso-oro-faringei e test sierologici ma non ha niente che lo attesti, né sa ufficialmente se l’esito è stato positivo o negativo.
La famiglia – scrive l’avvocato Erittu – ha richiesto i referti ma «senza giustificazione alcuna, hanno ricevuto un espresso diniego alla trasmissione degli stessi». Il no, precisa l’avvocato, è arrivato sia dall’Ufficio igiene pubblica sia dall’area Covid dell’ospedale che «si sono limitati a riferire verbalmente che il risultato di tutte le verifiche sia di negatività al virus senza lasciare alcuna certificazione».
A causa di questo, il marito della donna «dal mese di marzo non ha la possibilità di riprendere la propria attività lavorativa in quanto presso il cantiere ove opera richiedono, condivisibilmente, il certificato che attesti la negatività al Covid 19, onde evitare un nuovo focolaio la contestuale interruzione di tutte le attività produttive».
La stranezza della vicenda, secondo l’avvocato della famiglia, è che a marzo, in occasione del primo test che ha accertato la positività della donna al Covid 19, la documentazione relativa le era stata rilasciata immediatamente e senza alcun problema.
La domanda che pone indirettamente il legale è che cosa c’è dietro il rifiuto di fornire la certificazione con l’esito dei tamponi effettuati. Un rifiuto, sottolinea il legale, che non può essere tollerato, anche perché ovviamente comporta conseguenze pesanti sul piano economico per la famiglia. La lettera all’Ats e all’Assl si chiude con l’intimazione a consegnare i referti entro 24 ore, in caso contrario scatteranno le denunce. (a.se.)
Nella famiglia olbiese, nel mese di marzo, si è registrato un caso di positività. Uno dei componenti, la donna, ha manifestato i sintomi del Covid 19, e ricevuto l’accertamento di positività – scrive l’avvocato – «tutti i membri della famiglia sono stati sottoposti alla quarantena volontaria senza avere la certezza di aver tutti contratto il virus».
La necessità di una nuova verifica a maggio, ricostruisce il legale, è scattata quando «nonostante il periodo di quarantena fosse terminato, la donna ha avuto nuovi episodi di malessere».
Tutta la famiglia è stata controllata attraverso i tamponi naso-oro-faringei e test sierologici ma non ha niente che lo attesti, né sa ufficialmente se l’esito è stato positivo o negativo.
La famiglia – scrive l’avvocato Erittu – ha richiesto i referti ma «senza giustificazione alcuna, hanno ricevuto un espresso diniego alla trasmissione degli stessi». Il no, precisa l’avvocato, è arrivato sia dall’Ufficio igiene pubblica sia dall’area Covid dell’ospedale che «si sono limitati a riferire verbalmente che il risultato di tutte le verifiche sia di negatività al virus senza lasciare alcuna certificazione».
A causa di questo, il marito della donna «dal mese di marzo non ha la possibilità di riprendere la propria attività lavorativa in quanto presso il cantiere ove opera richiedono, condivisibilmente, il certificato che attesti la negatività al Covid 19, onde evitare un nuovo focolaio la contestuale interruzione di tutte le attività produttive».
La stranezza della vicenda, secondo l’avvocato della famiglia, è che a marzo, in occasione del primo test che ha accertato la positività della donna al Covid 19, la documentazione relativa le era stata rilasciata immediatamente e senza alcun problema.
La domanda che pone indirettamente il legale è che cosa c’è dietro il rifiuto di fornire la certificazione con l’esito dei tamponi effettuati. Un rifiuto, sottolinea il legale, che non può essere tollerato, anche perché ovviamente comporta conseguenze pesanti sul piano economico per la famiglia. La lettera all’Ats e all’Assl si chiude con l’intimazione a consegnare i referti entro 24 ore, in caso contrario scatteranno le denunce. (a.se.)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
