La Nuova Sardegna

Olbia

La difesa di Soufyane «Non ho colpito Zeneb»

di Tiziana Simula
La difesa di Soufyane «Non ho colpito Zeneb»

In Corte d’assise l’esame di uno dei due imputati per la morte della marocchina «Abbiamo assunto cocaina tutti e tre insieme, poi hanno cominciato a litigare»

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SASSARI. «Io non ho colpito Zeneb, ho cercato di bloccare Jalal, di portarlo fuori dal bagno: l’aveva presa per i capelli e le sbatteva la testa contro il bidè». Davanti alla Corte d’Assise di Sassari, Soufyane El Khedar, 36 anni, ha ribadito quello che ha sempre sostenuto fin dal primo momento quando era crollato davanti ai carabinieri che lo avevano arrestato insieme a Jalal Hassissou, 40 anni, per l’atroce morte della loro connazionale Zeneb Badir, uccisa dalle profonde lesioni alla testa dopo essere stata selvaggiamente picchiata. Entrambi inizialmente avevano detto ai medici e ai carabinieri che la donna era caduta. Poi, lui aveva ammesso che era stata picchiata. Ma di non aver partecipato a quel massacro, scaricando ogni responsabilità su Jalal. E, anzi, sostenendo di aver cercato di bloccarlo e di portarlo fuori dal bagno mentre la picchiava. Ieri era previsto l’esame dei due imputati. Solo Soufyane El Khedar, difeso dall’avvocato Agostinangelo Marras, ha risposto alle domande, mentre Jalal Hassissou, assistito dall’avvocato Cristina Cherchi, non si è sottoposto all’esame. Oltre tre ore di udienza nel corso delle quali, Soufyane, rispondendo alle domande incalzanti del pubblico ministero, il procuratore Gregorio Capasso, del presidente della Corte d’Assise Massimo Zaniboni e del suo difensore, ha ricostruito quanto sarebbe accaduto quel giorno, il 22 luglio 2018, nello stazzo di Baia Sardinia. Ha ammesso di fare uso di cocaina e di aver raggiunto Jalal, che gliela riforniva abitualmente, a “Lu stazzu di calciunaiu”, perché voleva acquistarne una dose. E ha spiegato che quando è arrivato lì, i due erano strafatti e di aver continuato ad assumere cocaina tutti e tre insieme e a bere le 12 lattine di birra che lui stesso aveva portato. A un certo punto, mentre erano fuori dall’abitazione, sarebbe scoppiato un litigio tra loro, forse per questioni di gelosia: Jalal l’avrebbe colpita con uno schiaffo e un pugno e lei sarebbe corsa in bagno. Subito dopo raggiunta da lui. E a quel punto sarebbero cominciate le botte. «Ho sentito rumori e urla e sono andato in bagno. Ho cercato di portarlo fuori afferrandolo da dietro perché il bagno è piccolo». L’imputato ha giustificato i graffi riportati sul suo corpo dal tentativo di Jalal di divincolarsi. Nessuno dei due, stando a quanto riferito in aula, aveva capito la gravità delle condizioni della donna, né voleva la sua morte. Soufyane voleva portarla in ospedale, Jalal a casa sua, come infatti poi è stato. E lì, sua moglie, le aveva messo il ghiaccio dicendogli, però, che bisognava portarla in ospedale. Il processo proseguirà l’11 giugno con la discussione del pm e della parte civile rappresentata dall’avvocato Damaso Ragnedda.

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