Bimbo segregato in casa il pm: condanna a 10 anni

Arzachena, è la pena chiesta per zia e genitori dell’undicenne maltrattato Era stato liberato dai carabinieri dalla sua stanza prigione dov’era rinchiuso

ARZACHENA. «Pensavo fosse giusto per il bambino quello che stavo facendo. Ora, in questi mesi di arresti domiciliari, ho capito che ho fatto cose terribili...». Nelle spontanee dichiarazioni rese al gip Marco Contu, ha ammesso tutte le sue responsabilità – già confessate dopo il suo arresto – e tutto il male fatto a quel nipote di 11 anni, a cui voleva dare delle “lezioni” per la sua vivacità. Per lei e i genitori del bambino, tenuto segregato per punizione nella sua cameretta, nella casa degli orrori di Arzachena, tutti accusati di sequestro di persona e maltrattamenti, il pubblico ministero Luciano Tarditi ha chiesto una condanna finale a dieci anni di reclusione (15 anni complessivamente, 12 per il sequestro e 3 per i maltrattamenti, meno un terzo della pena per la scelta del rito abbreviato). Senza nessuna attenuante generica, nonostante siano incensurati. È questa la richiesta formulata dal pubblico ministero al termine di una lunga e minuziosa ricostruzione dei fatti, durata oltre due ore, nel processo che si è aperto ieri nel tribunale di Tempio a carico dei tre imputati, tutti agli arresti domiciliari. La parte civile, rappresentata dall’avvocato Giorgina Asara, nominata dal sindaco Roberto Ragnedda a cui è stata affidata la tutela provvisoria del bambino, ha chiesto una provvisionale di 150mila euro.

La zia del bimbo, difesa dall’avvocato Angelo Merlini, indicata dagli inquirenti come la “regista” dei maltrattamenti, era l’unica presente in aula. Il pm ha ripercorso la drammatica vicenda, evidenziando la grande lucidità del bambino vittima delle violenze fisiche e psicologiche e facendo sentire brani delle telefonate che aveva fatto ai carabinieri la sera della sua ultima prigionia, quando aveva chiesto aiuto e i militari lo avevano rintracciato e liberato.

La “casa degli orrori” era stata scoperta dai carabinieri del reparto territoriale di Olbia il 29 giugno di un anno fa. Era stato lo stesso bambino a chiamare il 112 con un telefono cellulare senza sim e i carabinieri si erano precipitati nell’abitazione della famiglia. Davanti ai loro occhi una scena incredibile. Il padre e la madre del bambino – 47 anni lui e 45 lei, difesi dagli avvocati Marzio Altana e Alberto Sechi – erano stati immediatamente arrestati e da agosto si trovano ai domiciliari. Il colpo di scena però era arrivato mesi dopo, quando i carabinieri avevano arrestato a Olbia anche la zia del piccolo, cognata del padre. Una donna di 41 anni da subito indicata come la regista di quanto accadeva in quella casa. L’istigatrice dei maltrattamenti e delle violenze fisiche e psicologiche inflitte al bambino. A incastrare la zia erano state le telefonate trovate nel cellulare della madre del bambino registrate attraverso una app forse scaricata inconsapevolmente, da cui è emerso come fosse lei a indicare a sua cognata come comportarsi col figlio e a istigarla a mettere in atto le più umilianti e terribili punizioni per “correggere” il comportamento del bambino. Per intimorirlo e soggiogarlo gli facevano ascoltare delle registrazioni con voci alterate, così da sembrare sataniche, con cui veniva minacciato di essere portato all’inferno, di morire di fame, di essere torturato e ucciso dai demoni. Insieme ai cellulari, erano stati sequestrati anche tre diari choc nei quali il bambino raccontava dei maltrattamenti e delle vessazioni subite da anni soprattutto da parte della madre, senza che il padre si opponesse, e parlava anche della zia come complice nelle angherie inflitte. Raccontava delle docce fredde, anche dodici al giorno, dei colpi col tubo in gomma dietro le ginocchia, di quando i genitori uscivano e lo chiudevano per punizione nella sua stanza al buio. Scriveva che voleva andare in seminario, che si sentiva triste. E nei diari inventava un amico immaginario con cui parlare. Insomma, una storia di violenza incredibile che la Procura di Tempio attraverso il procuratore Gregorio Capasso e i sostituti Luciano Tarditi e Laura Bassani, e i carabinieri di Olbia e Arzachena hanno ricostruito grazie a una minuziosa attività investigativa condotta secondo il Codice rosso e il protocollo attivato dalla stessa Procura a tutela delle vittime di violenza.

Il processo proseguirà il 15 e il 22 giugno con le arringhe della difesa.

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