«Ergastolo per la morte di Zeneb»
di Tiziana Simula
È la richiesta del procuratore Capasso per Jalal Hassissou e Soufyane El Khedar, accusati di omicidio
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ARZACHENA. «Ergastolo per tutti e due gli imputati». È la richiesta fatta alla Corte d’Assise dal procuratore di Tempio Gregorio Capasso nei confronti di Jalal Hassissou, 40 anni, e Soufyane El Khedar, 36 anni, accusati di aver ucciso una loro connazionale, Zeneb Badir, morta dopo essere stata massacrata di botte in uno stazzo, a Baia Sardinia. In quattro ore di requisitoria, il capo dei pm della procura gallurese ha ricostruito ogni momento di quanto è successo in quella casa, dando un ruolo da protagonista a Soufyane El Khedar che invece si è sempre difeso dicendo di non aver partecipato al massacro, scaricando ogni responsabilità su Jalal. E, anzi, sostenendo di aver cercato di bloccarlo e di portarlo fuori dal bagno mentre la picchiava e la afferrava per i capelli sbattendole la testa contro il bidè. Difesa sostenuta fin dal primo interrogatorio davanti ai carabinieri dov’era crollato ammettendo che la donna non era caduta, come detto in un primo momento, ma era stata picchiata, e poi ribadita durante l’esame in aula. Ma per il procuratore Capasso lui è colpevole al pari del suo connazionale.
«Hanno partecipato tutti e due a quel pestaggio – ha detto il pm – E, anche ammesso che si voglia credere che lui l’abbia difesa, cosa a cui noi non crediamo, ci chiediamo perché non l’abbia soccorsa. Il pestaggio è finito alle 4.30 del pomeriggio e l’ambulanza del 118 è andata a prendere Zeneb Badir alla guardia medica di Arzachena, per portarla all’ospedale di Olbia, all’una di notte. Sono stati insieme per otto ore. È lui che guidava la macchina, è lui che ha fatto dichiarazioni false ai medici dicendo che era caduta, è lui che si è allontanato per due ore». «Non avendola soccorsa ha contribuito alla sua morte», ha detto Capasso, citando e depositando la sentenza della Cassazione sul “caso Vannini”.
La requisitoria è stata particolarmente dura. Capasso ha anche parlato del movente, non legato a motivi di gelosia ma alla droga. Allo spaccio di cocaina, di cui tutti e tre facevano uso e che avevano assunto abbondantemente anche quel giorno.
L’avvocato Damaso Ragnedda, che assiste le tre figlie della vittima di 9, 12 e 16 anni per conto del comune di Arzachena, si è associato alle conclusioni del pubblico ministero e ha chiesto un risarcimento di circa 900mila euro, 300mila per ogni figlia.
L’udienza è stata aggiornata al 2 luglio per le arringhe dei due difensori, gli avvocati Agostinangelo Marras per Soufyane El Khedar e l’avvocato Cristina Cherchi per Jalal Hassissou. Nessun commento da parte di Marras. «Prendo atto delle conclusioni del pubblico ministero, sarà tutto oggetto di discussione il 2 luglio», si limita a dire l’avvocato Cherchi.
Zeneb Badir era morta il 23 luglio 2018 a causa delle profonde lesioni alla testa provocate dal pestaggio. Era arrivata all’ospedale di Olbia già in coma. I due imputati avevano raccontato che era caduta. «Quelle lesioni non potevano essere compatibili con una semplice caduta, così ho chiamato i carabinieri», ha detto in aula il medico che l’aveva visitata. Guardie giurate, medici del 118, della guardia medica di Arzachena e del pronto soccorso di Olbia, sono stati sentiti in aula ricostruendo tutti i momenti di quella violenza che si è presto trasformata in un femminicidio.
Era stato Soufyane El Khedar, alla fine, messo sotto torchio dai carabinieri, a raccontare la verità. Ma ha sempre negato di aver partecipato al massacro.
Una verità contrastata duramente dalla Procura.
«Hanno partecipato tutti e due a quel pestaggio – ha detto il pm – E, anche ammesso che si voglia credere che lui l’abbia difesa, cosa a cui noi non crediamo, ci chiediamo perché non l’abbia soccorsa. Il pestaggio è finito alle 4.30 del pomeriggio e l’ambulanza del 118 è andata a prendere Zeneb Badir alla guardia medica di Arzachena, per portarla all’ospedale di Olbia, all’una di notte. Sono stati insieme per otto ore. È lui che guidava la macchina, è lui che ha fatto dichiarazioni false ai medici dicendo che era caduta, è lui che si è allontanato per due ore». «Non avendola soccorsa ha contribuito alla sua morte», ha detto Capasso, citando e depositando la sentenza della Cassazione sul “caso Vannini”.
La requisitoria è stata particolarmente dura. Capasso ha anche parlato del movente, non legato a motivi di gelosia ma alla droga. Allo spaccio di cocaina, di cui tutti e tre facevano uso e che avevano assunto abbondantemente anche quel giorno.
L’avvocato Damaso Ragnedda, che assiste le tre figlie della vittima di 9, 12 e 16 anni per conto del comune di Arzachena, si è associato alle conclusioni del pubblico ministero e ha chiesto un risarcimento di circa 900mila euro, 300mila per ogni figlia.
L’udienza è stata aggiornata al 2 luglio per le arringhe dei due difensori, gli avvocati Agostinangelo Marras per Soufyane El Khedar e l’avvocato Cristina Cherchi per Jalal Hassissou. Nessun commento da parte di Marras. «Prendo atto delle conclusioni del pubblico ministero, sarà tutto oggetto di discussione il 2 luglio», si limita a dire l’avvocato Cherchi.
Zeneb Badir era morta il 23 luglio 2018 a causa delle profonde lesioni alla testa provocate dal pestaggio. Era arrivata all’ospedale di Olbia già in coma. I due imputati avevano raccontato che era caduta. «Quelle lesioni non potevano essere compatibili con una semplice caduta, così ho chiamato i carabinieri», ha detto in aula il medico che l’aveva visitata. Guardie giurate, medici del 118, della guardia medica di Arzachena e del pronto soccorso di Olbia, sono stati sentiti in aula ricostruendo tutti i momenti di quella violenza che si è presto trasformata in un femminicidio.
Era stato Soufyane El Khedar, alla fine, messo sotto torchio dai carabinieri, a raccontare la verità. Ma ha sempre negato di aver partecipato al massacro.
Una verità contrastata duramente dalla Procura.
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