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Olbia

«Covid, settore pubblico poco sicuro»

«Covid, settore pubblico poco sicuro»

La Fp Cgil scrive ai sindaci e ai dirigenti degli enti galluresi: protocolli e regole 

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OLBIA. Come mai i massimi picchi di contagio di Covid-19 post-lockdown, in Gallura, si sono avuti tra i lavoratori? Enti e aziende hanno rispettato i protocolli condivisi e i Dpcm di tutela? A fare le domande è la Funzione pubblica Cgil della Gallura. Che dà anche la risposta: le regole non sono state rispettate, «almeno non del tutto visto che nella stragrande maggioranza dei posti di lavoro non si sono stipulati protocolli di sicurezza».

La Fp Cgil lo scrive in un documento sottoscritto dalla segretaria Luisella Maccioni e inviato ai sindaci galluresi e ai dirigenti delle amministrazioni, delle agenzie e degli enti dello Stato. «Tutti – si legge – sapevano che una apertura indiscriminata avrebbe causato disastri e pochissimi si sono attrezzati per poter affrontare, in sicurezza, le riaperture. Si è continuato con la sottostima della sicurezza nei posti di lavoro declinando le misure di protezione come limitazioni eccessive per la ripresa dell’economia, e quindi riaprendo buona parte dei servizi come se non fosse successo niente». Al di là della grave situazione che si è verificata nel settore turistico, dice la Cgil, bisogna guardare a quanto accade nel settore pubblico: «Per buona parte delle amministrazioni galluresi la soluzione al contenimento della circolazione del virus si è limitata alla totale chiusura di uffici e servizi, dimenticando che tutto non sarebbe tornato come prima. Visto che la circolazione del virus sta colpendo tutta la Gallura, crediamo che sia giunta l’ora di mettere in piedi il percorso disegnato dalla Circolare n. 3/2020 del 24 luglio 2020 e cioè le “indicazioni per il rientro in sicurezza sui luoghi di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni”». La Fp Cgil chiede quindi «la stipula di protocolli integrativi mirati alla applicazione e alla verifica delle regole sulla sicurezza dei lavoratori», e anche come «strumenti di prevenzione». Quindi: «modalità alternative di organizzazione del lavoro, presenza in servizio del 60% del personale, gestione degli orari di lavoro, verifica dei lavoratori fragili per una migliore applicazione dello smart working. Infine, «nelle aziende private che gestiscono servizi pubblici in appalto in base alla tipologia del lavoro svolto vanno effettuati ai lavoratori i test sierologici, in particolare nelle aziende che svolgono servizi essenziali come l’igiene ambientale e nelle cooperative sociali, servizi educativi e socio assistenziali».

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