il retroscena
La vedova grande accusatrice chiamava Fiordalisi “zio Mimì”
di Marco Bittau
ARZACHENA. Piaccia o no, Patricia Alejandra Gomez è l’architrave che sorregge quattro anni di sciagure accadute tra la procura e il tribunale di Tempio. L’avvenente vedova argentina di Sebastiano...
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ARZACHENA. Piaccia o no, Patricia Alejandra Gomez è l’architrave che sorregge quattro anni di sciagure accadute tra la procura e il tribunale di Tempio. L’avvenente vedova argentina di Sebastiano Ragnedda, infatti, è la grande ispiratrice della maxi inchiesta sulle aste giudiziarie, in particolare quella per la vendita della villa di Baja Sardinia appartenuta al defunto imprenditore di Arzachena. Ispiratrice e accusatrice nel senso che quell’inchiesta clamorosa (6 magistrati coinvolti) ha mosso i suoi primi passi proprio da una sua denuncia presentata nel 2016 all’allora procuratore Domenico Fiordalisi.
Stretto, molto stretto, il rapporto tra la Gomez e il capo della Procura. Confidenziale al punto che la vedova Ragnedda chiamava il magistrato “capo”, “capissimo”, “zio”, “zio Mimì”. Tanta confidenza eppure già da prima del caso-aste sul tavolo del procuratore c’era un fascicolo che riguardava la donna. Era l’inchiesta sul fallimento della società Cavallino Bianco, una delle tessere dell’impero-puzzle di Sebastiano Ragnedda. Per quel fallimento in odore di bancarotta c’erano già allora molte nubi su Patricia Gomez, amministratrice della società, e sulla commercialista Stefania Ciudino. L’inchiesta però era finita in un cassetto per qualche anno – dimenticata, nonostante tre relazioni allarmanti del curatore Giancarlo Fenu – mentre a Tempio esplodeva il caso-bomba della vendita all’asta di Villa Ragnedda.
Così l’inchiesta “dimenticata” su Patricia Gomez finisce nell’esposto presentato da Francesco Mazzaroppi, ex presidente del tribunale, a sua volta coinvolto nella vicenda delle aste. A recuperare il fascicolo “fantasma” era stato l’allora procuratore facente funzioni, Gianluigi Dettori, che aveva rilevato l’incarico al momento del trasferimento a Roma di Domenico Fiordalisi. Dettori aveva formalizzato l’inchiesta e indagato la Gomez e la Ciudino. Per dare un senso compiuto a quell’indagine ci sono voluti però altri due procuratori: prima Andrea Garau, successore di Dettori, e poi Gregorio Capasso che ha chiuso il fascicolo portando la Gomez e la Ciudino davanti al gup per il rinvio a giudizio.
Stretto, molto stretto, il rapporto tra la Gomez e il capo della Procura. Confidenziale al punto che la vedova Ragnedda chiamava il magistrato “capo”, “capissimo”, “zio”, “zio Mimì”. Tanta confidenza eppure già da prima del caso-aste sul tavolo del procuratore c’era un fascicolo che riguardava la donna. Era l’inchiesta sul fallimento della società Cavallino Bianco, una delle tessere dell’impero-puzzle di Sebastiano Ragnedda. Per quel fallimento in odore di bancarotta c’erano già allora molte nubi su Patricia Gomez, amministratrice della società, e sulla commercialista Stefania Ciudino. L’inchiesta però era finita in un cassetto per qualche anno – dimenticata, nonostante tre relazioni allarmanti del curatore Giancarlo Fenu – mentre a Tempio esplodeva il caso-bomba della vendita all’asta di Villa Ragnedda.
Così l’inchiesta “dimenticata” su Patricia Gomez finisce nell’esposto presentato da Francesco Mazzaroppi, ex presidente del tribunale, a sua volta coinvolto nella vicenda delle aste. A recuperare il fascicolo “fantasma” era stato l’allora procuratore facente funzioni, Gianluigi Dettori, che aveva rilevato l’incarico al momento del trasferimento a Roma di Domenico Fiordalisi. Dettori aveva formalizzato l’inchiesta e indagato la Gomez e la Ciudino. Per dare un senso compiuto a quell’indagine ci sono voluti però altri due procuratori: prima Andrea Garau, successore di Dettori, e poi Gregorio Capasso che ha chiuso il fascicolo portando la Gomez e la Ciudino davanti al gup per il rinvio a giudizio.
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