«Così la piena ha trascinato via due vite»
di Tiziana Simula
La drammatica ricostruzione di Enzo Giagoni che nell’alluvione del 18 novembre 2013 ha visto morire la moglie e la figlia
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OLBIA. «Ho afferrato la manina di Morgana che era in braccio alla mamma convinto di poter trascinare tutte e due fuori dalla macchina, ma in quel momento è arrivata l’ondata che ci ha travolto: me le ha strappate via... La macchina è sparita, non la vedevo più. Ero in mezzo a un mare di acqua e fango». Per la seconda volta nell’aula di un tribunale, Enzo Giagoni, ex poliziotto, ha ricostruito l’inferno vissuto il 18 novembre 2013 quando la moglie Patrizia e la piccola Morgana di 22 mesi morirono nell’auto finita nel canale di via Belgio, «diventato un tutt’uno con la strada».
La Corte d’appello di Sassari – dove si sta celebrando il processo di secondo grado per le sei vittime del ciclone Cleopatra – ha deciso di risentire i testimoni che avevano già deposto nel processo di primo grado e che venga eseguita una nuova perizia sull’alluvione. Imputati l’ex sindaco di Olbia Gianni Giovannelli, difeso dagli avvocati Nicola di Benedetto e Agostinangelo Marras, i dirigenti del comune di Olbia Antonello Zanda e Gabriella Palermo e il funzionario Giuseppe Budroni, assistiti dagli avvocati Jacopo Merlini, Pasquale Ramazzotti e Lorenzo Soro. Tutti assolti in primo grado con la formula più ampia (“perché il fatto non sussiste”) dalle accuse di disastro colposo e omicidio colposo plurimo. La Corte, presieduta da Plinia Azzena, ha riaperto l’istruttoria dibattimentale, così come sollecitato dal procuratore generale Gabriella Pintus. I difensori di Giovannelli e il responsabile civile per il Comune di Olbia, l’avvocato Salvatore Porcu, hanno chiesto l’annullamento dell’ordinanza con cui la Corte ha disposto la nuova perizia e l’esame dei testimoni. Eccezione rigettata. Così il processo è cominciato. Rispondendo alle domande delle parti, Enzo Giagoni ha ripercorso la terribile sera del 18 novembre 2013 quando a bordo di una Citroen C1 di proprietà di una dipendente e amica di Patrizia andarono a prendere Morgana dall’asilo di via Cesti e poi accompagnarono l’amica a casa sua, alla Consarcasa, nel quartiere Bandinu. «Non conoscevo quella zona – ha detto Giagoni – Per rientrare a casa volevo fare la strada a ritroso ma era buio, pioveva tantissimo, i vetri erano appannati e ho perso l’orientamento. In via Gran Bretagna non riuscivo più a tenere la macchina. Improvvisamente mi sono ritrovato in mezzo a un mare. Patrizia era seduta a fianco a me con la bambina in braccio, ho cercato di aprire il suo sportello ma non ce l’ho fatta. Allora ho dato una spallata al mio e si è aperto. Ho afferrato la manina di Morgana ma è arrivata l’ondata e me le ha strappate via». Ha raccontato di essere riuscito a uscire dal canale e di aver raggiunto la casa degli amici. «Ho suonato, non ha risposto nessuno, e sono ritornato nel canale. Avevo capito che Patrizia e Morgana erano morte. Mi sono tuffato. Volevo morire anch’io». Era stato poi salvato da un abitante della zona che lo aveva afferrato per le maniche del maglione e legato alla ringhiera del suo giardino.
Sapeva dell’allerta meteo? Era stato avvisato da qualcuno? ha incalzato più volte l’avvocato Di Benedetto. «Lei lavorava alla polizia di frontiera all’aeroporto e la comunicazione è arrivata». «Non sapevo nulla» ha ribadito Giagoni.
La Corte d’appello di Sassari – dove si sta celebrando il processo di secondo grado per le sei vittime del ciclone Cleopatra – ha deciso di risentire i testimoni che avevano già deposto nel processo di primo grado e che venga eseguita una nuova perizia sull’alluvione. Imputati l’ex sindaco di Olbia Gianni Giovannelli, difeso dagli avvocati Nicola di Benedetto e Agostinangelo Marras, i dirigenti del comune di Olbia Antonello Zanda e Gabriella Palermo e il funzionario Giuseppe Budroni, assistiti dagli avvocati Jacopo Merlini, Pasquale Ramazzotti e Lorenzo Soro. Tutti assolti in primo grado con la formula più ampia (“perché il fatto non sussiste”) dalle accuse di disastro colposo e omicidio colposo plurimo. La Corte, presieduta da Plinia Azzena, ha riaperto l’istruttoria dibattimentale, così come sollecitato dal procuratore generale Gabriella Pintus. I difensori di Giovannelli e il responsabile civile per il Comune di Olbia, l’avvocato Salvatore Porcu, hanno chiesto l’annullamento dell’ordinanza con cui la Corte ha disposto la nuova perizia e l’esame dei testimoni. Eccezione rigettata. Così il processo è cominciato. Rispondendo alle domande delle parti, Enzo Giagoni ha ripercorso la terribile sera del 18 novembre 2013 quando a bordo di una Citroen C1 di proprietà di una dipendente e amica di Patrizia andarono a prendere Morgana dall’asilo di via Cesti e poi accompagnarono l’amica a casa sua, alla Consarcasa, nel quartiere Bandinu. «Non conoscevo quella zona – ha detto Giagoni – Per rientrare a casa volevo fare la strada a ritroso ma era buio, pioveva tantissimo, i vetri erano appannati e ho perso l’orientamento. In via Gran Bretagna non riuscivo più a tenere la macchina. Improvvisamente mi sono ritrovato in mezzo a un mare. Patrizia era seduta a fianco a me con la bambina in braccio, ho cercato di aprire il suo sportello ma non ce l’ho fatta. Allora ho dato una spallata al mio e si è aperto. Ho afferrato la manina di Morgana ma è arrivata l’ondata e me le ha strappate via». Ha raccontato di essere riuscito a uscire dal canale e di aver raggiunto la casa degli amici. «Ho suonato, non ha risposto nessuno, e sono ritornato nel canale. Avevo capito che Patrizia e Morgana erano morte. Mi sono tuffato. Volevo morire anch’io». Era stato poi salvato da un abitante della zona che lo aveva afferrato per le maniche del maglione e legato alla ringhiera del suo giardino.
Sapeva dell’allerta meteo? Era stato avvisato da qualcuno? ha incalzato più volte l’avvocato Di Benedetto. «Lei lavorava alla polizia di frontiera all’aeroporto e la comunicazione è arrivata». «Non sapevo nulla» ha ribadito Giagoni.
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