la casa degli orrori
Bambino segregato e maltrattato presentato il ricorso in appello
ARZACHENA. Il 17 marzo il caso del bambino maltrattato e tenuto segregato nella sua cameretta dai genitori, ad Arzachena, approderà in Corte d’Appello di Sassari. Padre, madre e zia del piccolo, all’e...
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ARZACHENA. Il 17 marzo il caso del bambino maltrattato e tenuto segregato nella sua cameretta dai genitori, ad Arzachena, approderà in Corte d’Appello di Sassari. Padre, madre e zia del piccolo, all’epoca dei fatti 11enne, sono stati condannati in primo grado dal tribunale di Tempio ad 8 anni di reclusione con rito abbreviato e nessun riconoscimento delle attenuanti generiche. Tutti e tre sono detenuti agli arresti domiciliari. I loro difensori – gli avvocati Alberto Sechi (mamma), Marzio Altana (padre) e Angelo Melini (zia), hanno presentato appello. Non contestano la sentenza, ritenuta equa e giusta, ma chiedono un’attenuazione della pena col riconoscimento delle attenuanti generiche, tenendo in considerazione che sono incensurati e che hanno collaborato con gli inquirenti (avevano ammesso le proprie responsabilità).
La storia del bambino segregato aveva sconvolto la Gallura. All’ennesimo giorno di prigionia nella sua cameretta dove era stato rinchiuso dai genitori prima che uscissero, aveva chiesto aiuto ai carabinieri con un cellulare senza sim. E quella telefonata era stata la sua salvezza. I militari lo aveva trovato chiuso nella sua stanza, al buio, senza letto, con due panini raffermi per cena e con un bidone dove fare i bisogni. Aveva raccontato che i suoi genitori lo chiudevano nella sua stanza per punizione. E sempre per punizione, lo picchiavano con un tubo di gomma dietro le ginocchia, gli davano poco da mangiare, gli facevano fare docce fredde anche d’inverno. E gli facevano ascoltare registrazioni con voci demoniache che lo minacciavano di portarlo all’inferno. Dopo l’arresto dei genitori, era finita in carcere la zia ritenuta la regista e l’istigatrice delle violenze fisiche e psicologiche a cui veniva continuamente sottoposto il piccolo. Tutti avevano ammesso le proprie responsabilità, dicendo di averlo fatto nella convinzione che quelle punizioni fossero necessarie all’educazione del bambino. Il 23 giugno il gip aveva condannato genitori e zia a otto anni di reclusione per maltrattamenti e sequestro di persona. (t.s.)
La storia del bambino segregato aveva sconvolto la Gallura. All’ennesimo giorno di prigionia nella sua cameretta dove era stato rinchiuso dai genitori prima che uscissero, aveva chiesto aiuto ai carabinieri con un cellulare senza sim. E quella telefonata era stata la sua salvezza. I militari lo aveva trovato chiuso nella sua stanza, al buio, senza letto, con due panini raffermi per cena e con un bidone dove fare i bisogni. Aveva raccontato che i suoi genitori lo chiudevano nella sua stanza per punizione. E sempre per punizione, lo picchiavano con un tubo di gomma dietro le ginocchia, gli davano poco da mangiare, gli facevano fare docce fredde anche d’inverno. E gli facevano ascoltare registrazioni con voci demoniache che lo minacciavano di portarlo all’inferno. Dopo l’arresto dei genitori, era finita in carcere la zia ritenuta la regista e l’istigatrice delle violenze fisiche e psicologiche a cui veniva continuamente sottoposto il piccolo. Tutti avevano ammesso le proprie responsabilità, dicendo di averlo fatto nella convinzione che quelle punizioni fossero necessarie all’educazione del bambino. Il 23 giugno il gip aveva condannato genitori e zia a otto anni di reclusione per maltrattamenti e sequestro di persona. (t.s.)
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