Padre e zio “orchi” ritornano in carcere
di Tiziana Simula
Sono accusati di aver segregato e abusato della figlia e nipote all’epoca 17enne. La Cassazione ha confermato la condanna
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OLBIA. I carabinieri li hanno rintracciati in un alloggio di fortuna dove vivevano, in città. Li hanno arrestati e portati nel carcere di Bancali. Lì dovranno scontare la pena residua della loro condanna, diventata ora definitiva. Il tribunale di Tempio li aveva condannati a dieci e sette anni di reclusione con le pesantissime accuse di sequestro di persona e violenza sessuale nei confronti di una loro familiare. Condanna confermata in appello. E ora – con udienza del 19 gennaio scorso – anche in Cassazione. Così i due uomini, S. P. e A. M. padre e zio della vittima degli abusi, all’epoca dei fatti 17enne, sono ritornati in carcere per scontare la pena residua: quasi tre anni il padre e cinque anni e otto mesi, lo zio.
Entrambi – difesi dall’avvocato Rosa Cocco – erano attualmente sottoposti all’obbligo di firma in caserma.
La vicenda a suo tempo aveva destato profonda indignazione per la brutalità con cui i due uomini avevano sottoposto la giovane a violenze fisiche e psicologiche, ciò in un contesto di forte degrado dovuto alle condizioni economiche disagiate della famiglia - padre, madre, figlia di 17 anni e un fratello della mamma - costretti a girovagare alla ricerca di rifugi precari. Era aprile del 2015 quando scattò il blitz disposto dalla Dda di Cagliari che mise fine alle sofferenze a cui era costretta la ragazza. A denunciare zio e padre era stata la stessa vittima. Durante l’inchiesta che aveva portato all’arresto dei due e poi durante il processo in tribunale a Tempio, la giovane aveva ricostruito minuziosamente l’ inferno vissuto per oltre un anno, trascorso in tuguri e costretta a subire le morbose attenzioni e gli abusi dei suoi consanguinei, ridotta in uno stato di soggezione che le impediva di ribellarsi. Il suo era stato un racconto agghiacciante che aveva fatto emergere uno spaccato familiare in cui il degrado morale e la costrizione fisica e psicologica erano diventati una costante. A mettere fine a quell’inferno era stato l’intervento degli uomini della squadra nautica di Olbia che avevano scoperto, sul litorale a est della città gallurese, uno degli ultimi rifugi della famiglia. Da quel momento in poi era iniziata la non meno dolorosa vicenda giudiziaria. Che si è ora conclusa col pronunciamento della Cassazione che ha confermato la condanna di primo grado.
La ragazza era stata assistita e sostenuta dal centro anti violenza Prospettiva Donna. L’associazione si era costituita parte civile nel processo penale.
Entrambi – difesi dall’avvocato Rosa Cocco – erano attualmente sottoposti all’obbligo di firma in caserma.
La vicenda a suo tempo aveva destato profonda indignazione per la brutalità con cui i due uomini avevano sottoposto la giovane a violenze fisiche e psicologiche, ciò in un contesto di forte degrado dovuto alle condizioni economiche disagiate della famiglia - padre, madre, figlia di 17 anni e un fratello della mamma - costretti a girovagare alla ricerca di rifugi precari. Era aprile del 2015 quando scattò il blitz disposto dalla Dda di Cagliari che mise fine alle sofferenze a cui era costretta la ragazza. A denunciare zio e padre era stata la stessa vittima. Durante l’inchiesta che aveva portato all’arresto dei due e poi durante il processo in tribunale a Tempio, la giovane aveva ricostruito minuziosamente l’ inferno vissuto per oltre un anno, trascorso in tuguri e costretta a subire le morbose attenzioni e gli abusi dei suoi consanguinei, ridotta in uno stato di soggezione che le impediva di ribellarsi. Il suo era stato un racconto agghiacciante che aveva fatto emergere uno spaccato familiare in cui il degrado morale e la costrizione fisica e psicologica erano diventati una costante. A mettere fine a quell’inferno era stato l’intervento degli uomini della squadra nautica di Olbia che avevano scoperto, sul litorale a est della città gallurese, uno degli ultimi rifugi della famiglia. Da quel momento in poi era iniziata la non meno dolorosa vicenda giudiziaria. Che si è ora conclusa col pronunciamento della Cassazione che ha confermato la condanna di primo grado.
La ragazza era stata assistita e sostenuta dal centro anti violenza Prospettiva Donna. L’associazione si era costituita parte civile nel processo penale.
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