La palazzina che ospitò i carabinieri e l’antifascista
di Dario Budroni
I residenti e i gestori di un ristorante raccontano la storia dell’edificio del 1891 Via Regina Elena, il sindaco Antonio Sotgiu manganellato dagli squadristi
3 MINUTI DI LETTURA
OLBIA. Il viaggio nel tempo comincia da un vecchio cancello in ferro battuto. La sensazione è quella di riavvolgere il nastro della storia di oltre cento anni. La pavimentazione di granito presenta ancora due lunghi solchi che guidavano le ruote dei carri. Nelle mura delle scuderie, invece, ci sono gli anelli di metallo a cui si legavano i cavalli. Siamo in via Regina Elena, nel centro della città, dentro una elegante palazzina con cortile interno che sa tanto di Terranova in bianco e nero. Tirata su nel 1891 dal commerciante Nicolò Barca, la palazzina, nei primi del Novecento, fu anche la caserma dei carabinieri, prima della costruzione di quella di via D’Annunzio.
Carabinieri a cavallo. La struttura oggi si presenta così: al piano terra un ristorante, un bar e una agenzia immobiliare, al primo piano una residenza privata. Quando venne costruita, 130 anni fa, era un po’ il quartier generale delle attività commerciali di Nicolò Barca. Le sue iniziali sono ancora incise sull’arco d’ingresso, insieme all’anno di costruzione. Poi la palazzina passò di mano e divenne una proprietà di Bernardino Carta, che a sua volta la affittò ai carabinieri. Nelle scuderie, ancora oggi presenti, riposavano dunque i cavalli, mentre nel resto della struttura si trovavano gli uffici e gli alloggi dei militari. Accanto alle scuderie c’è anche uno spazio utilizzato come cella. Nell’area esterna, tra le altre cose, si contano poi un pozzo e una cisterna. Ed è proprio nel buio e nell’umido di quest’ultima che i carabinieri facevano rinsavire i terranovesi che esageravano un po’ troppo con il vino.
Caserma in fiamme. Luciana Bonacossa, olbiese, oggi vive tra le mura di quella che un tempo era la caserma. Le memorie di parenti e vecchi amici sono ancora vive. Lei, inoltre, conserva anche un documento indirizzato al prefetto attraverso il quale l’allora proprietario della struttura, Bernardino Carta, dopo alcune problematiche con lo Stato rinnovava l’offerta di un nuovo contratto, ristabilendo il prezzo dell’affitto dei locali (10mila lire all’anno) e chiedendo anche il risarcimento dei danni causati da un incendio che aveva totalmente distrutto le scuderie. «Lo Stato dovrà provvedere alla riparazione delle scuderie che furono danneggiate dall’incendio prodotto dalla fermentazione del fieno depositato durante la guerra» si legge nel documento stilato il 7 marzo del 1923. Storie che Luciana Bonacossa custodisce ancora oggi e che anche i titolari del ristorante Domo Mea e del Cafè Regina Elena, Daniel Mercuriu e Katia Piredda, raccontano con piacere ai loro clienti.
Non solo carabinieri. La palazzina, che da sempre attira l’attenzione dei più attenti per via dei solchi delle ruote dei carri, nel corso della sua storia ha avuto diversi proprietari e inquilini. Per un periodo, in alcune stanze, qui abitò anche Antonio Sotgiu, sindaco socialista nel 1906 e padre del penalista (e pure lui sindaco) Giuseppe e dello storico e senatore Girolamo, nominato «giusto tra le nazioni» per aver salvato alcuni ebrei durante la guerra. Antonio Sotgiu, come racconta Luciana Bonacossa, si trovava proprio qui quando nel dicembre del 1922 oltre cento camicie nere sbarcarono a Olbia per mettere in riga gli antifascisti a colpi di manganello. Quel giorno Sotgiu fu preso, malmenato, trascinato in piazza e infine purgato.
Carabinieri a cavallo. La struttura oggi si presenta così: al piano terra un ristorante, un bar e una agenzia immobiliare, al primo piano una residenza privata. Quando venne costruita, 130 anni fa, era un po’ il quartier generale delle attività commerciali di Nicolò Barca. Le sue iniziali sono ancora incise sull’arco d’ingresso, insieme all’anno di costruzione. Poi la palazzina passò di mano e divenne una proprietà di Bernardino Carta, che a sua volta la affittò ai carabinieri. Nelle scuderie, ancora oggi presenti, riposavano dunque i cavalli, mentre nel resto della struttura si trovavano gli uffici e gli alloggi dei militari. Accanto alle scuderie c’è anche uno spazio utilizzato come cella. Nell’area esterna, tra le altre cose, si contano poi un pozzo e una cisterna. Ed è proprio nel buio e nell’umido di quest’ultima che i carabinieri facevano rinsavire i terranovesi che esageravano un po’ troppo con il vino.
Caserma in fiamme. Luciana Bonacossa, olbiese, oggi vive tra le mura di quella che un tempo era la caserma. Le memorie di parenti e vecchi amici sono ancora vive. Lei, inoltre, conserva anche un documento indirizzato al prefetto attraverso il quale l’allora proprietario della struttura, Bernardino Carta, dopo alcune problematiche con lo Stato rinnovava l’offerta di un nuovo contratto, ristabilendo il prezzo dell’affitto dei locali (10mila lire all’anno) e chiedendo anche il risarcimento dei danni causati da un incendio che aveva totalmente distrutto le scuderie. «Lo Stato dovrà provvedere alla riparazione delle scuderie che furono danneggiate dall’incendio prodotto dalla fermentazione del fieno depositato durante la guerra» si legge nel documento stilato il 7 marzo del 1923. Storie che Luciana Bonacossa custodisce ancora oggi e che anche i titolari del ristorante Domo Mea e del Cafè Regina Elena, Daniel Mercuriu e Katia Piredda, raccontano con piacere ai loro clienti.
Non solo carabinieri. La palazzina, che da sempre attira l’attenzione dei più attenti per via dei solchi delle ruote dei carri, nel corso della sua storia ha avuto diversi proprietari e inquilini. Per un periodo, in alcune stanze, qui abitò anche Antonio Sotgiu, sindaco socialista nel 1906 e padre del penalista (e pure lui sindaco) Giuseppe e dello storico e senatore Girolamo, nominato «giusto tra le nazioni» per aver salvato alcuni ebrei durante la guerra. Antonio Sotgiu, come racconta Luciana Bonacossa, si trovava proprio qui quando nel dicembre del 1922 oltre cento camicie nere sbarcarono a Olbia per mettere in riga gli antifascisti a colpi di manganello. Quel giorno Sotgiu fu preso, malmenato, trascinato in piazza e infine purgato.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
