processo
Tentata estorsione di stampo mafioso: la vittima sentita in aula
LOIRI PORTO SAN PAOLO. Ha confermato davanti al collegio dei giudici il contenuto delle minacce ricevute e delle intimidazioni subite nel 2008 affinché consegnasse i soldi, l’impresario edile campano,...
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LOIRI PORTO SAN PAOLO. Ha confermato davanti al collegio dei giudici il contenuto delle minacce ricevute e delle intimidazioni subite nel 2008 affinché consegnasse i soldi, l’impresario edile campano, Salvatore Coronella. L’uomo è stato sentito come testimone nel processo che si sta celebrando nel tribunale di Tempio e che vede come imputati il nuorese Francesco Carta e il campano Giulio Melfi. L’accusa della Dda di Cagliari (direzione distrettuale antimafia) nei loro confronti è pesante: tentata estorsione, con l’aggravante dell’uso dello strumento mafioso. Secondo le contestazioni mosse dai pm Gilberto Ganassi e Rossana Allieri, i due avrebbero cercato di estorcere ingenti somme di denaro all’impresario edile, circa 200mila euro, e per convincerlo, avrebbero usato, stando al capo d’imputazione, minacce e metodi mafiosi. I fatti risalgono a ben 13 anni fa, e si sono verificati a Loiri Porto San Paolo. Presunta vittima della tentata estorsione, l’impresario campano che operava in Gallura. L’uomo aveva denunciato ai carabinieri di aver subito minacce, pressioni e atti intimidatori: erano stati esplosi colpi di arma da fuoco contro i mezzi utilizzati nei cantieri. L’inchiesta della Dda, basata anche su intercettazioni telefoniche, ha condotto ai due imputati.
I loro difensori, gli avvocati Gianni Falchi e Umberto Papandrea, rigettano l’aggravante dell’utilizzo dello strumento mafioso. «Non ci sono i presupposti per poter configurare il reato così come contestato – dicono – Non c’è nessuna organizzazione criminale dietro di loro, non è stato individuato nessun clan. Non si tratta di condotta mafiosa». (t.s.)
I loro difensori, gli avvocati Gianni Falchi e Umberto Papandrea, rigettano l’aggravante dell’utilizzo dello strumento mafioso. «Non ci sono i presupposti per poter configurare il reato così come contestato – dicono – Non c’è nessuna organizzazione criminale dietro di loro, non è stato individuato nessun clan. Non si tratta di condotta mafiosa». (t.s.)
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