La Nuova Sardegna

Olbia

Luigi Musa racconta l’arte delle piccole cose

di Paolo Ardovino
Luigi Musa racconta l’arte delle piccole cose

In una vera casa-museo l’ex insegnante espone le sue opere sospese tra realtà e immaginazione

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OLBIA. È l’artista immerso ogni giorno nell’arte. Anzi ha preso abbastanza alla lettera la questione, Luigi Musa, che la propria arte l’ha esposta in ogni angolo della sua casa. Circondato da cornici e manufatti che raccontano una passione formata e deformata negli anni. Allo stesso tempo raccontano anche una vita intera. Perché Musa, originario di Iglesias, vive a Olbia da più di dieci anni, nei modi e nelle parole non si avvicina neanche un po’ a chi semplicemente gioca a fare l’artista. Non si proclama tale, ma leggendo nella sua poetica arriva forte l’aura di un grande esponente d'arte isolana.

Il significato alle cose. Da Iglesias, «città di chiese e di miniere», Luigi Musa si diploma all'artistico di Cagliari e vola a Milano all’accademia di Belle arti di Brera. La prima esperienza di insegnamento in discipline plastiche è a Lecco. Dopo una ventina d’anni ritorna nell’isola, al liceo artistico De André di Tempio, poi nella sede olbiese. Da pochi anni è in pensione. Al centro della sala, in quella che a tutti gli effetti è una casa-museo, c'è l'ultima opera sfornata, in vetrofusione, un sole immaginario sopra, una personale interpretazione della Sardegna. Scultore, pittore e grafico, se deve scegliere un elemento dice che è «nato con l’argilla», ma è difficile contare tutti i materiali che lo circondano, appesi alle pareti. Barattoli, ceramiche, legni, stoffe, tappi, vetri («mi piace usare cose insignificanti per caricarle di significato»). Facile, piuttosto, intuire una sequenza cronologica: con il tempo l’arte di Luigi Musa si è evoluta per sottrazioni, e i soggetti delle sue opere – la Sardegna è onnipresente – vanno intuiti, più che osservati. «Lavoro scarnificando l’opera, lasciandone soltanto una sensazione».

Gli ex alunni. Conta esposizioni in tutta l’isola e nel nord Italia. Elenca con gusto i grandi nomi conosciuti a Milano, ricorda «una bevuta casuale con Nivola, al bancone di un bar quando ero giovane. Non ci siamo nemmeno presentati, ma sapevo bene chi fosse». In Gallura ha lasciato un grande ricordo nelle generazioni di suoi studenti tra Tempio e Olbia. Ancora oggi, ogni tanto qualcuno gli telefona e quando lo incrociano mentre passeggia si fermano a ricordare i tempi in aula. «È stata un'ex alunna ad accompagnarmi a fare il vaccino».

Sensazioni. Ancora sulla sua arte, parla di «poetica della sensazione» e spiega, «inizialmente non so mai cosa fare, è qualcosa di improvviso, da una idea si passa a un’altra, anche l’incidente di percorso, la rottura di una ceramica nel forno, diventa una nuova via». Attorno, ogni cosa racconta un’altra cosa, la forma e il senso originari si trasformano. Un distico che raffigura semplici coriandoli di carnevale, visto al negativo, osservando cioè lo spazio vuoto, fa emergere figure animalesche («omaggio a Escher»); fondi di lattine diventano soli, fiori o stelle; fili di ferro i contorni degli occhi; la sagoma di uno scarabeo è scomposta in mosaici pensati per il tempio di Antas. «Quando capisco che un’opera è finita? C’è un rapporto stretto tra me e ciò che tratto, ce lo diciamo insieme, arriva il momento che mi sento dire “ora basta, un po’ di rispetto. Così diventa un’aggressione” e ha ragione».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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