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Stefano Fresi, il talento dell’attore e l’imprinting dell’infanzia a Izzana

di Giuseppe Pulina
Stefano Fresi, il talento dell’attore e l’imprinting dell’infanzia a Izzana

TEMPIO . È nato a Roma, ma ha Tempio e la Gallura incisi nel cuore, oltre che nel dna degli affetti e dei principali ricordi di famiglia. In molti hanno iniziato a scoprirne il talento attraverso la...

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TEMPIO . È nato a Roma, ma ha Tempio e la Gallura incisi nel cuore, oltre che nel dna degli affetti e dei principali ricordi di famiglia. In molti hanno iniziato a scoprirne il talento attraverso la mini serie tv della Rai dedicata al romanzo di Umberto Eco, “Il nome della Rosa”, apparsa sugli schermi nel 2019. Nella serie diretta da Giacomo Battiato, Stefano Fresi prestò viso e voce a Salvatore, uno dei personaggi più complessi e tormentati, ex seguace di quel fra’ Dolcino da Novara che gli inquisitori medievali condannarono al rogo per eresia. La notorietà era però già arrivata cinque anni prima con “Smetto quando voglio”, film di Sidney Sibilia, uno dei registi oggi più osannati dalla critica per la regia dell’Incredibile storia dell’Isola delle Rose.

Nella carriera dell’attore che ha fatto tanta strada dopo il debutto sul grande schermo con “Romanzo criminale” la Sardegna non è, tuttavia, solo l’insostituibile tassello di un’infanzia dorata trascorsa per diversi mesi all’anno tra Alghero, Izzana e gli stazzi galluresi. Come molti sicuramente ricorderanno, è lui il Pino che compare come agente segreto in quel romantico omaggio alla Sardegna che è “L’uomo che comprò la luna” di Paolo Zucca.

Quarantasettenne, nel pieno della sua carriera artistica e professionale, Stefano Fresi, quando può, mantiene vivo il suo rapporto con l’isola che ha dato i natali a chi lo ha messo al mondo. L’isola è stata l’imprinting di estati indimenticabili trascorse a Izzana, tra Tempio e Aggius, in compagnia di nonni e cugini.

«Stefano – racconta lo zio Franco – sa bene quali siano i valori e la cultura dell’uomo che ha a lungo vissuto in uno stazzo gallurese». Li ha, infatti, appresi dai nonni, dal padre Piero e dallo zio Franco, da tutti conosciuto come uno degli interpreti più autorevoli della poesia gallurese e di quella che si può definire "letteratura degli stazzi".

Degli zii Franco e Barbarina ricorda, in particolare, la buona cucina e le vacanze trascorse in loro compagnia. Un aneddoto spesso raccontato in famiglia fa capire quanto già da allora fosse dentro il ruolo che un po’ alla volta sarebbe stato il suo. L'aneddoto è il ricordo delle spassose imitazioni che zio e nipote proponevano di Benigni, passeggiando tra le vie della città, incuranti, se non impassibilmente fieri, della reazione comunque divertita dei passanti.

A chi lo intervista è solito dire di sé che è un mix tra razionalità e sregolatezza, studio meticoloso e spontaneità, qualità che sarebbero poi gli strumenti di base di cui non dovrebbe fare a meno un attore, soprattutto uno che è considerato a ragione uno dei migliori caratteristi in circolazione oggi in Italia. A temprarlo ha sicuramente contribuito in questi anni anche l’esperienza di doppiatore, anche se Fresi non ritiene di avere la tecnica del provetto interprete vocale. Sua è la voce del facocero Pumbaa nel disneyano “Il re leone”, ma di Fresi sono anche dei cammei musicali che ha composto per corti e film come “Romanzo criminale”. Ha composto le colonne sonore di cortometraggi (L'amore non esiste, Dead Man in Love), serie tv (La linea d'ombra) e lungometraggi (Visions, Bolgia totale).

«Un amore poligamico», definisce la sua duplice predilezione per cinema e musica. E poligamico è anche il legame con la Gallura e i suoi numerosi luoghi del cuore.

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