«Prigionieri del Covid e dimenticati da tutti»
L’ira di una famiglia chiusa in casa da un mese: «Nessuno si è fatto vivo Tante telefonate senza risposta e finora soltanto tamponi pagati da noi»
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OLBIA. Prigionieri in casa. Ancora una volta. A causa del Covid. Una realtà che stanno vivendo diverse famiglie (vaccinate e non) anche in città e che qualcuno comincia a non sopportare più. «Soprattutto perché nessuno risponde al telefono e alle email. Viviamo nell’incertezza totale e non abbiamo nemmeno un certificato da presentare ai nostri datori di lavoro per giustificare il periodo di assenza». A parlare è una giovane coppia olbiese, bloccata in appartamento da circa un mese. «Il primo a scoprire di essere stato colpito dal virus sono stato io - racconta il marito -. Ho avuto un po’ di febbre, poi spossatezza e così sono corso a fare il tampone: positivo. Mi è stato subito detto di rimanere in isolamento, cosa che ho fatto, aspettando che qualcuno del servizio di Igiene Pubblica si facesse vivo. La quarantena è ovviamente scattata per tutta la famiglia: per mia moglie e anche per il nostro bambino. Dopo 13 giorni (10 più tre senza alcun sintomo), siamo tutti andati al Mater Olbia, con l’impegnativa del nostro medico, per fare il tampone. Pagato da noi. Io ero sempre positivo e lo era diventata anche mia moglie». «Io ho completato il ciclo di vaccinazione - aggiunge la donna - e sto bene. Ma quel che è assurdo è che abbiamo più volte contattato la Assl e nessuno ha mai risposto: abbiamo formulato invano tutti i numeri possibili oltre ad aver spedito una quantità infinita di email. Niente da fare, nessuno si è fatto vivo. Solo quando abbiamo chiamato il numero verde, abbiamo finalmente sentito una voce dall’altra parte del telefono ma l’operatore è stato chiaro: “Mi dispiace, non so cosa dirvi”. Quindi noi siamo ancora così, abbandonati, con il rischio di rimanere senza due stipendi e con tante spese da affrontare, mutuo compreso. I nostri datori di lavoro reclamano il certificato che deve essere rilasciato dall’Ats-Assl di Olbia, ma non riuscendo a comunicare abbiamo le mani legate. Qualcuno ci ha detto che potrebbe occuparsi di questo aspetto il medico di famiglia, ma lui dal suo canto non ha ricevuto nessuna comunicazione ufficiale». La coppia olbiese non si è fermata qui e ha chiamato pure i carabinieri. «Sono stati gentilissimi, ma hanno solo potuto ascoltare la nostra lamentela, che non è purtroppo l’unica. Vorremmo dire infine un’ultima cosa, nella speranza che qualcuno si occupi anche del nostro caso: la macchina dei vaccini è stata organizzata alla perfezione. Adesso però si deve di nuovo pensare anche a fare i tamponi e a raggiungere chi ha necessità in tempi brevi». (s.p.)
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