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Olbia

Olbia, fatture gonfiate alla Clea: cittadini alluvionati in aula

di Tizana Simula
Un'immagine del passaggio del ciclone Cleopatra a Olbia nel 2013
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Un'immagine del passaggio del ciclone Cleopatra a Olbia nel 2013

A processo i vertici della lavanderia pagata dal Comune per svolgere il servizio Per l’accusa il peso della biancheria veniva aumentato rispetto a quello effettivo

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OLBIA. In aula hanno già deposto diversi testimoni: cittadini alluvionati e danneggiati che avevano portato a lavare abiti e biancheria sporchi di fango alla Clea, storica lavanderia di Olbia, una delle otto a cui l’allora amministrazione comunale aveva affidato l’incarico dopo la drammatica alluvione del 18 novembre 2013, quando il ciclone Cleopatra mise in ginocchio mezza città. Per quell’operazione, il Comune pagava alla lavanderia industriale 2 euro e 50 al chilo per i panni lavati. Stando alle accuse della Procura, i quattro imputati a processo – Carlo Iervolino in qualità di gestore della Clea, Francesco Fresi nella veste di allora di amministratore della società, Maria Giuseppina Occhioni e Gaia Belvisi in qualità di dipendenti – avrebbero gonfiato i chili di merce rispetto a quanto effettivamente preso in consegna e lavato, falsificando le fatture e incassando «l’indebito profitto consistente nella differenza tra il peso effettivo della merce e quello indicato nei documenti», così riporta il capo d’imputazione. Accuse sempre respinte dagli imputati. Che nella prossima udienza, fissata per il 10 maggio, renderanno spontanee dichiarazioni per chiarire le loro posizioni. Ieri intanto è proseguito l’esame dei testimoni. Ha deposto in aula una cittadina alluvionata, ultimo teste del pubblico ministero. La donna ha spiegato al giudice Camilla Tesi, di aver portato in lavanderia dei tappeti e di aver saputo dalla polizia stradale che stava facendo gli accertamenti di casa in casa, che il peso effettivo di quanto aveva portato a lavare era inferiore a quanto riportato nella bolla. È stato sentito anche un ex dipendente della Clea che ha spiegato come si svolgeva il lavoro all’interno della lavanderia.

Tra i testimoni sentiti nelle scorse udienze, anche l’ex consigliere comunale ed ex presidente del consiglio comunale Tonino Pizzadili, il quale aveva portato a lavare due tappeti per un totale di 20 chili ma nella documentazione erano diventati 180 chili. All’indomani del ciclone Cleopatra, l’attività della Clea era finita sotto la lente della polizia stradale che, dopo la segnalazione di un cittadino, aveva dato il via agli accertamenti tra le famiglie che si erano rivolte alla lavanderia per verificare se il peso scritto nella documentazione corrispondesse a quello accertato dagli agenti.

Sono dieci i casi al centro del procedimento penale a carico dei quattro imputati. I quali – stando alle accuse mosse dalla Procura – avrebbero, in concorso tra loro, attraverso la compilazione e l’esibizione di dichiarazioni di trasporto e di fatture false, cioè riportanti quantitativi di merce superiori rispetto a quelli effettivamente lavati, ricevuto indebite erogazioni dal Comune di Olbia.

L’accusa nei loro confronti è di falso e di indebita percezione di erogazioni a danno dell’amministrazione comunale. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Guido Da Tome ed Ettore Licheri.

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